Il report.

Risparmi fermi e pochi investimenti 

In Sardegna patrimonio di 251 miliardi, ma mancano le attività finanziarie 

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Un patrimonio complessivo di 251 miliardi di euro, pari a 160mila euro netti per residente. Tuttavia, una parte troppo ampia della ricchezza delle famiglie sarde resta ferma, trasformandosi solo limitatamente in capitale finanziario, investimento produttivo e crescita. È quanto emerge dal nuovo report del centro studi di Confindustria Sardegna “Il risparmio che non diventa capitale: ricchezza finanziaria e deficit di investimento in Sardegna”.

Il confronto

Secondo lo studio, l’Isola registra numeri sopra la media del Mezzogiorno, ma nettamente al di sotto della media italiana (circa 199mila euro pro capite).Il problema, secondo Confindustria, non riguarda però la componente reale del patrimonio: le famiglie sarde dispongono infatti di attività reali per circa 122 mila euro pro capite, un valore persino superiore alla media nazionale. La distanza si manifesta invece sul piano finanziario. Nell’Isola le attività finanziarie ammontano infatti a poco più di 53 mila euro per abitante, contro gli oltre 100 mila euro della media nazionale.

Il commento

«Il divario della Sardegna non riguarda tanto la consistenza complessiva del patrimonio delle famiglie», afferma Andrea Porcu, direttore del centro studi di Confindustria Sardegna. «È piuttosto una regione nella quale una quota rilevante della ricchezza è allocata in maniera poco produttiva e risulta difficilmente trasformabile in capitale disponibile per investire, innovare, finanziare nuove imprese o sostenere percorsi di crescita». Il report evidenzia un problema di composizione. Nel 2024 le attività finanziarie delle famiglie sarde ammontavano a 83,3 miliardi di euro. Di queste, 32,3 miliardi erano detenuti sotto forma di depositi bancari e risparmio postale. Titoli, azioni, partecipazioni e fondi comuni valevano invece 33,7 miliardi, pari al 40,5%, ben al di sotto del 51,8% della media nazionale. Confindustria Sardegna, con questo studio, ha stimato che, se nel 2014 la Sardegna avesse mantenuto lo stesso ammontare di attività finanziarie ma con una composizione più vicina alla media italiana, il maggior rendimento atteso nel decennio 2014-2024 sarebbe stato pari a circa 8,1 miliardi di euro. In uno scenario più ampio, che considera anche una riallocazione complessiva simile alla media nazionale, il potenziale aggiuntivo arriverebbe a 10,3 miliardi.

Le difficoltà

Le ricadute colpiscono anche il sistema produttivo. In una regione fatta soprattutto di piccole e medie imprese, già penalizzate da insularità, costi logistici, mercato interno ridotto e difficoltà di attrarre capitali esterni, la debolezza della ricchezza finanziaria limita ulteriormente le risorse disponibili per investire, innovare e crescere.«Il risparmio che non diventa capitale», conclude Porcu, «è una delle condizioni che impattano negativamente la capacità delle imprese sarde di competere. Ciò riduce notevolmente la propensione ad attivare iniziative imprenditoriali, soprattutto giovanili, che avrebbero un rendimento economico e sociale certamente superiore rispetto alle più “rassicuranti” immobilizzazioni».

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