Sarà forse un caso, se chi attende la chiamata davanti alla statua di Carlo Felice improvvisamente smette di capire. Succede ogni volta che nomini la parola “diritti”: basta questa per far dimenticare l'italiano - a volte anche la gentilezza - e far ripartire dalla diffidenza iniziale. Nel migliore dei casi ti indicano con la mano la strada di fronte. Perché per loro è quello, diritto, il resto non si sa dove sia. E se ti azzardi a parlare di caporalato finisci per attendere anche tu: «No italiano. Non capisco», dice il giovane pakistano che in mezzo secondo si mimetizza tra la folla di turisti e piccioni.Inutile insistere, anche nell'ufficio all'angolo tra il Corso e via Sassari; quello all'aperto, con orari flessibilissimi ma duri e venti audaci riders che si contendono un mercato dove di lavoratori nostrani se ne vedono sempre meno. Anzi, nella mattina trascorsa a inseguire questi moderni Forrest Gump - con la bicicletta ma forse senza tutele - non se ne incontra manco uno. Si finisce per confrontarsi anche su questo, oltre che su tutto il resto.
Giornate a tempo
Sembrano anime perse, con gli occhi incollati sul display del cellulare, mentre l'algoritmo decide le loro sorti. Dinamiche ingrate, certo poco umane, che alla fine sembrano mettere tutti contro tutti. «Non decidiamo noi le consegne, le decidono altri. Tu puoi solo rifiutare», spiega il bengalese dal nome impronunciabile che dice subito «niente foto e niente video», e sempre lui spiega che se salti la consegna arrivata dall'alto poi finisci per non lavorare anche per diverse ore.
Una sorta di punizione, che pesa e sembra una sorta di ricatto psicologico in un quadro anomalo già dalla base. «Pagano poco, 3 euro a consegna», racconta Ali, che è pakistano, ha 27 anni e una famiglia da mantenere nella sua terra. Poi ci ripensa e dice che sono 3 euro e settanta centesimi, «ma solo con Deliveroo», perché con Glovo assicura si scende di venti centesimi. «Ci sono giorni in cui non guadagni niente, altri in cui fai tante consegne, ma siamo tanti e il lavoro è poco per tutti», interviene il connazionale con la maglia turchese della piattaforma con cuore a Londra e braccia ovunque.
Bisogna armarsi di pazienza perché si parli di cifre, che i ciclofattorini portati dal Covid - al netto di chi per paura non parla proprio - ridurrebbe in un troppo generico poco. E con quel poco salta fuori che quando va bene-bene e lavori sette giorni su sette tutto il giorno arrivi a circa mille e seicento euro. Qualcuno dice che il record è di mille e ottocento euro, «ma ti resta tempo solo per dormire».
Fatica e silenzi
Di gioie, a occhio e croce, sembra che non ce ne siano più di tante, non mancano invece le lamentele. «È faticoso, ma se non hai altre possibilità finisci per accettare tutto»: lo dicono quelli che attendono in piazza Yenne, e poi lo ripetono i colleghi dell'altra sede; quelli che attorno alle 13 colonizzano l'angolo tra via Sassari e il Corso. Sono in venti, e poi si moltiplicano tipo i pesci e li vedi tutti in silenziosa attesa. Pakistani, per lo più, poi bengalesi e qualche afghano. Niente sardi. E se lo chiedi a loro che lavorano la risposta la danno tutti uguale: «Gli italiani non accettano queste condizioni, cercano e trovano altre sistemazioni. Noi non abbiamo alternative».
E allora li trovi fermi, per strada, pronti a correre dagli affamati che attendono a casa il loro arrivo. «Quanto mi resta? Il tanto per pagare la camera con altri connazionali, i soldi li mando a mia moglie e miei figli che stanno in Pakistan. Mantengo loro e anche i miei genitori»: e per un attimo la fatica sembra anche di più.
Picchia forte, il sole, in questa tarda mattina dove corrono solo loro e gli altri stanno seduti a mangiare. E sembrano anche un po’ infastiditi di vederli in attesa anche all'ingresso dei locali e pure nei market.
Le irregolarità
Dicono - quelli più audaci - che qualcuno affitta pure gli account, perché magari non è in regola con il permesso di soggiorno e con i documenti in generale. Ma non una parola di più: se provi ad andare più a fondo ottieni soltanto silenzio, e manco a dirlo loro giurano di essere in perfetta regola.
Anche il gruppo che staziona davanti al Mac Donald della Marina, che mezz'ora dopo le 13 è già pieno dentro, e fuori i riders sono sei. Anche qui tutti stranieri. Attendono pure loro la chiamata e contemporaneamente un futuro migliore. «Sto studiando per lavorare negli alberghi, parlo tre lingue»: lo dice con orgoglio, il giovane dagli occhi nerissimi e la camicia amaranto, che poi si spegne in mezzo secondo quando richiedi di diritti e tutele. E se parli di caporalato è silenzio totale.
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