Il processo

Raduano: «Ho pagato la mia fuga con un omicidio» 

Per giorni nascosto a Nuoro, poi in un casolare a Padru. In Corsica l’uccisione di un malavitoso locale 

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Un’organizzazione quasi perfetta e un omicidio per “pagare” il disturbo dei fiancheggiatori. Doveva presentarsi in Tribunale a Nuoro qualche settimana fa, ma la sua deposizione in presenza è stata rinviata per ragioni di sicurezza. Si è scelto allora di procedere in videoconferenza, da una località segreta. Anche le modalità hanno contribuito a definire ieri il clima dell’udienza: Marco Raduano, il boss della mala garganica evaso nel febbraio del 2023 da Badu ‘e Carros, e oggi collaboratore di giustizia, è apparso di spalle. Inquadrata solo la nuca, l’immagine parziale ha restituito un’atmosfera tesa e sospesa, in cui ogni parola sembrava avere un peso maggiore nel processo che vede imputati per il supporto alla latitanza del mafioso i due orunesi Antonio Mangia e Pietro Antonio Tolu, difesi dagli avvocati Ivano Iai e e Giancarmelo Serra. Gli altri imputati, sono già stati giudicati in rito abbreviato. In aula, la distanza fisica e le misure di protezione accentuavano la percezione di trovarsi di fronte a un racconto delicato.

L’evasione e i contatti

L’ex boss della mala garganica ha risposto alle domande dei pm della Dda di Cagliari, Danilo Tronci e Emanuele Secci, davanti al collegio dai giudici presieduto da Elena Meloni, a latere Filippo Orani e Valentina Rostellato. Raduano ha spiegato di aver pianificato l’evasione per anni, e 15 giorni prima ci fu il sopralluogo del complice che avrebbe dovuto prelevarlo, a cui mandò tramite un cellulare anche una foto del punto dove doveva aspettarlo. Per anni ha studiato le vulnerabilità dell’istituto penitenziario: «Ho messo in atto ciò che avevo preparato, studiando le falle della struttura e utilizzando informazioni raccolte tra i detenuti». Fondamentale, secondo il suo racconto, l’aiuto «fattivo» di un altro detenuto, Angelo Frigeri, (suicida subito dopo il suo trasferimento da Badu ’e Carros a Uta) che gli avrebbe fornito strumenti e indicazioni. Raduano ha inoltre parlato della disponibilità diffusa di micro-cellulari all’interno del carcere, uno dei quali gli sarebbe stato procurato da Vincenzo Mele. Durante la detenzione, ha riferito di aver stretto rapporti con alcuni detenuti sardi, tra cui Martino Contu e Antonio Mangia, dirimpettai di cella, con i quali avrebbe condiviso confidenze anche su progetti di evasione.

Tra Bitti, Orune e Padru

Dopo l’evasione, Raduano ha raccontato che il piano cambiò all’improvviso, il primo autista venne fermato dalla polizia e allora si nascose per alcuni giorni a Nuoro, per poi essere aiutato nella fuga: «Mi sono addentrato in città, ho trovato rifugio in una casa disabitata per quattro giorni. Poi è arrivato un altro autista, Tommaso Ruffert». Da lì, avrebbe raggiunto Bitti, dove sarebbe stato accolto da Contu, (l’unico riferimento che aveva dopo aver cambiato il piano era proprio la tabaccheria di Contu a Bitti) e successivamente Orune, da Mangia, indicato come uno dei passaggi della latitanza. Secondo la sua versione, Mangia e altri lo avrebbero poi trasferito in un casolare e successivamente a Padru, dove sarebbe rimasto per circa quattro mesi, nascosto tra casolari, tende e una grotta. Ha descritto spostamenti su più auto, tra cui un fuoristrada e una Mitsubishi scura attribuita a Mangia.

La rete di supporto

Nella deposizione, il collaboratore ha indicato diversi nomi come parte della rete che lo avrebbe sostenuto durante la latitanza: tra questi Antonio Gusinu, Pasquale Scanu e altri soggetti legati, a suo dire, a una “consorteria” criminale radicata sul territorio. «Con i sardi c’era più che confidenza, c’era un’alleanza», ha detto. Ha inoltre sostenuto che vi fosse un accordo più ampio con i corsi. Tra i passaggi più gravi, Raduano ha parlato dell’omicidio di Paul-Félix Paoli, avvenuto in Corsica come “sdebitamento”: «Mi sono sdebitato con un omicidio», ha affermato, riferendo che l’accordo era stato preso in Sardegna con sardi e corsi. Raduano ha spiegato di aver inizialmente omesso o alterato alcune informazioni per paura: «Avevo timore per la mia famiglia e per la struttura del gruppo sardo, molto organizzato».

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