Inviata
Simala. «Le malerbe soffocano tutto: grano, favino e ceci. Almeno il 50% del raccolto è perduto». Hanno la pelle cotta dal sole, le mani solcate dalla fatica e un nuovo guaio da affrontare. Gli agricoltori dell’Alta Marmilla, già provati dai costi di produzione sempre più alti e dal prezzo del grano sempre più basso, sono alle prese con le piante infestanti che si prendono il raccolto. Tra queste una specie di centaurea, l’orobanche e la cuscuta, che quest’anno – anche per le condizioni meteo a loro particolarmente favorevoli – hanno trovato terreno fertile e prosperato nei campi dorati che si distendono tra i piccoli centri del basso Oristanese. A Funtana Cadena, poco oltre il centro abitato di Simala, le piante di favette sembrano bruciate. Bacilli e fogliame sono piccoli e neri, imprigionati tra i rami della centaurea che svetta alta e rigogliosa con i suoi fiori violetti. «Non abbiamo fatto in tempo a diserbare perché le piogge di gennaio hanno inzuppato i campi e non ci era possibile entrare con i trattori. La siccità che è venuta subito dopo ha fatto il resto», spiega Remo Zuddas, agricoltore di Simala. Con lui anche il compaesano Pietro Pusceddu, Sandro Floris di Mogoro, Agostino Pusceddu di Gonnoscodina. «La situazione è la stessa per tutte le aziende del territorio, parliamo di almeno un centinaio di agricoltori».
I numeri
Impossibile affrontare la questione delle erbe infestanti senza capire il contesto in cui queste aziende lavorano. «Negli ultimi tre anni il prezzo del grano si è dimezzato: nel 2024 ce lo pagavano 38 euro, nel 2025 trenta, per non parlare del 2022 quando a causa della guerra in Ucraina era arrivato a 54 euro al quintale. Ora, se lo conferiamo in filiera ce lo pagano 27 euro, fuori filiera 24. Ma se per produrre un quintale di grano spendiamo 32 euro è chiaro che ci stiamo perdendo», fa i conti Agostino Pusceddu. «La commissione unica nazionale sarebbe dovuta servire proprio a fare in modo che il prezzo fosse più equo rispetto ai costi, invece non è valsa a nulla – aggiunge Zuddas – Con il passare degli anni il valore del nostro lavoro è crollato. Mio padre con 7-8 ettari ha campato una famiglia senza problemi, io che di ettari ne ho 70 devo fare attenzione».
Le proposte
Conoscono le leggi e gli accordi comunitari, tengono d’occhio il mercato estero perché persino qui, in un borgo di 280 anime a 20 Km dallo svincolo della 131, L’America non è poi tanto lontana. «Il prezzo finale è condizionato anche dalla produzione del Canada, per esempio. Noi siamo soggetti alla minima lavorazione, non possiamo procedere alle arature profonde per non sfruttare troppo il terreno. Vista la situazione, negli incontri con Agris e Laore abbiamo proposto una deroga e loro si sono detti favorevoli. Il punto è che se la politica e i sindacati non si muovono non cambia mai nulla», dicono in coro.
In perdita
Per capire la gravità della situazione, oltre a fare due passi tra i campi infestati, tornano buoni i numeri. «Per ottenere 20 quintali serve un ettaro di terreno e lavorarlo costa circa mille euro all’anno, ma poi quel grano viene pagato 540 euro. C’è una sproporzione. Quest’anno c’è chi non raccoglierà nulla e chi raccoglierà il 30 o 40%. Io, per dire, farò in tutto 500-600 quintali di grano, non di più», dice Agostino Pusceddu. Stessa perdita per le leguminose: «Andrà peggio del grano – prevede Sandro Floris – si raccoglieranno meno di 10 quintali a ettaro». In sintesi: «Servono aiuti, politiche attente alle nostre esigenze che produciamo l’ingrediente base dei cibi che mettiamo in tavola».
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