Lungo la statale che da Cagliari sale a Nuoro e prosegue verso Siniscola e Olbia, i cartelli annunciano a un tratto una direzione che è insieme luogo e condizione: la Solitudine. Da quel toponimo, e dalla chiesetta seicentesca ai piedi del Monte Ortobene, Graziella Monni, alla sua terza e riuscita prova autoriale, fa nascere “La ragazza della Solitudine” (Solferino), romanzo che intreccia due tempi lontani quattro secoli e li annoda con un’architettura non comune. L’appuntamento con l’autrice è oggi alle 19 alla Fondazione Giuseppe Siotto di Cagliari e domani alle 18.30 alla Biblioteca Satta di Nuoro
La trama
La prima linea è Nuoro, autunno 1935. Anna Manca, 17 anni, vive lo strappo dal padre Elias, medico antifascista mandato al confino, e il gelo del nonno Giaime, notaio che ha ripudiato la famiglia per un matrimonio non gradito. La seconda linea è il castello dell'Inquisizione di Sassari, primo Seicento: Perdìtta Basinquedo, guaritrice nuorese accusata di stregoneria, attraversa moniciones, tortura, abiura. I capitoli si alternano con un montaggio cinematografico, e a poco a poco si scopre che le due storie non corrono parallele, ma si sfiorano. L’accusatore di Perdìtta è don Jaime Manca, famiglio del Santo Officio, e il nonno che tormenta Anna porta lo stesso nome. La colpa antica suona ancora, letteralmente, nella campana che Perdìtta fece fondere e che, issata sulla Solitudine, procura ai discendenti Manca un dolore alla testa di cui ignorano l'origine.
La campana, ed è qui la trovata più ingegnosa del libro, è insieme oggetto storico realmente esistente, datato 1622, e correlativo perfetto di una memoria che vibra nel corpo prima che nella coscienza. Monni la usa come una soglia tra i mondi: finché la verità resterà sepolta, il suono continuerà a ferire; quando invece verrà alla luce, il rintocco si farà «soffio di vento». Attorno a questo segno, l'autrice dispone un immaginario coerente di acqua, fuoco e luna, e ricorrenze che strutturano un efficace piano simbolico: il gelsomino dell’amore, le erbe baciate dalla luna su Sa Preda, la croce segnata nei momenti di paura. Il sovrannaturale è la grana del quotidiano barbaricino, dove vivi e morti si parlano e le anime indomite tornano a chiedere giustizia.
L’omaggio
Il romanzo dialoga apertamente con Grazia Deledda: “L’edera” è il libro dimenticato che innesca la riconciliazione tra Anna e il nonno, “Marianna Sirca” il termine di paragone, e la tomba della scrittrice riposa accanto a quella campana. Ma se Deledda raccontava il destino come immutabile, Monni lo ribalta: dalle radici, dice, possiamo inventare il nostro tempo. La libertà è il valore che oppone al fato, incarnata in due donne che non si arrendono: Perdìtta che si vuole libera «come i falchetti» e ne paga il prezzo, Anna che crede nelle cose impossibili.
Con “La ragazza della Solitudine”, Monni offre al lettore un romanzo storico e familiare che è anche, commovente paradosso, una riflessione su quanto poco sappiamo di chi ci ha preceduto e su quanto, nonostante tutto, possiamo ancora decidere di noi a dispetto delle nostre radici e del nostro destino. La solitudine, in fondo, non è sottrazione né condizione di luttuoso isolamento: è solo il luogo da attraversare per ritrovarsi, e la campana che a lungo ha fatto male torna a suonare, finalmente, come una promessa.
Ciro Auriemma
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