Intervista.

Quando il comunismo perse l’innocenza Pons racconta il doppio trauma del 1956 

I militanti fra il crollo del mito di Stalin e la sanguinosa invasione sovietica dell’Ungheria  

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Una parte di quel che siamo nasce nel 1956. Settant’anni fa, sotto i cingoli dei carri armati russi che girano per Budapest, comincia a scricchiolare un’idea di Europa, di socialismo realizzato, di unità a sinistra. E inizia a prendere corpo quel disincanto politico che esploderà infine nel 1989 insieme al Muro di Berlino. A parlare della crisi del ’56 e dei suoi molteplici traumi, che si manifestarono massicciamente anche in Italia, oggi pomeriggio a Cagliari sarà uno dei più autorevoli studiosi del comunismo della scena internazionale. Alle 18 alla Fondazione di Sardegna, in via San Salvatore da Horta 2, Silvio Pons, presidente della fondazione Gramsci, docente di storia contemporanea alla Normale di Pisa e direttore della Cambridge history of communism, dialogherà con lo storico Luciano Marrocu su “La crisi del 1956 nell’Europa orientale e il Partito comunista italiano.

Un anno terribile.

«Un anno di crisi profonda, la prima grande crisi del comunismo in Unione Sovietica e nell’Europa centro-orientale, che si ripercuote su tutti i partiti comunisti occidentali. Ed è una crisi composta di due elementi. Il primo è la caduta del mito di Stalin, con il famoso rapporto segreto di Krusciov – un segreto di Pulcinella, in realtà: di lì a qualche mese fu pubblicato sul New York Times e divenne di pubblico dominio. Il nuovo leader dell’Urss dice che Stalin, il vincitore della seconda guerra mondiale, è stato una personalità dispotica e paranoica. E questo è sconvolgente per tutti i comunisti, per i quali il prestigio di Stalin era un dato incontestabile. Il secondo elemento del trauma è l’invasione sovietica dell’Ungheria: non solo contraddice l’idea che la fine del mito di Stalin portasse un vento di libertà, ma pone in modo molto evidente un problema di legittimità dei regimi comunisti».

A leggere Spriano si capisce che nel mondo comunista l’Ungheria disgustò gli intellettuali, ma a traumatizzare le masse fu il crollo del mito stalinista.

«Quando parliamo di mito non parliamo di una cosa astratta: la figura di Stalin era centrale per l’identità stessa dei comunisti. Nelle sezioni del Pci di tanti paesi sperduti, nei dibattiti pubblici o perfino nelle polemiche al bar, i comunisti difendevano Stalin e consideravano gli argomenti contro di lui come cavalli di battaglia dell’anticomunismo. E quindi sì, il grande choc fu la caduta di Stalin. Invece l’uso della forza in Ungheria, per quanto esecrabile anche agli occhi di tanti comunisti, si poteva giustificare alla luce della guerra fredda. La famosa frase di Togliatti, “Si sta con la propria parte anche quando sbaglia”, significa che la guerra fredda impone una visione manichea, binaria, per cui o si sta di qua o si sta di là. D’altra parte la stampa comunista presentava quella ungherese come una controrivoluzione ispirata dall’Occidente, quindi anche con elementi di teoria del complotto, e questo sui militanti aveva effetto. Tuttavia non condivido l’idea che i carri armati sovietici a Budapest abbiano turbato solo gli intellettuali: colpirono molto anche tanta gente comune, tanti operai. Soprattutto in Italia. Giuseppe Di Vittorio non era un intellettuale: era il capo del sindacato, molto amato e popolare, e dell’Ungheria disse: “noi stiamo con i lavoratori».

Ma poi fece retromarcia.

«Sì, proprio sulla base degli argomenti da guerra fredda, o dei ricatti, di cui parlavamo: “Ci sono solo due parti e in mezzo non si può stare: tu da che parte stai?”. E lì entrano in gioco una disciplina e un sentimento di appartenenza che impediscono, ai dirigenti come alla base militante, di mettere in discussione il partito. Comunque, ripeto, non liquiderei l’invasione dell’Ungheria come un problema avvertito solo dagli intellettuali: il Pci perse centinaia di migliaia di iscritti, e dopo quel bagno di sangue la fede politica non sarà più la stessa. Ma è anche vero che i partiti comunisti occidentali tennero, la loro base e il loro elettorato non furono annientati dal ’56 ungherese né dalla caduta del mito di Stalin. Il Pci in particolare riuscì a mantenere una sua forza, un suo impianto sociale da grande forza popolare che difendeva i diritti dei lavoratori».

Il comunismo perde l’innocenza, non la forza.

«Nell’immediato è così, e anche negli anni che seguono: il Partito comunista alle politiche del ’58 e del ’63 si rafforza, è una crescita costante fino al ’68. Però si potrebbe ragionare anche sulle tracce più di lungo periodo che il ’56 lascia. Per esempio la nuova sinistra radicale, che negli anni Sessanta contesta i partiti comunisti da sinistra, nasce per tanti motivi ma il ’56 è una delle sue fonti. E tanto la caduta del mito di Stalin quanto l’intervento in Ungheria lasciano nelle nuove generazioni il segno di un comunismo che ormai è diventato burocratico e imperiale. A maggior ragione in seguito, con la repressione di Praga nel ’68».

Restiamo sui miti: nel 2006 lei, da storico, auspicava che venisse demitizzata la figura di Berlinguer. Vent’anni dopo quel mito è ancora più forte.

«È vero, ma se questo mito è così resiliente ci sono dei motivi. E non solo li capisco ma in parte personalmente li condivido. D’altra parte la figura di Berlinguer, nelle narrazioni più o meno arbitrarie che le si possono costruire attorno, sopravvive credibilmente alla fine del comunismo, fondamentalmente perché seppe vedere i grandi problemi della sua epoca e avere uno sguardo più lungo su questioni cruciali come l’ambientalismo, il femminismo, la grande questione della pace e della guerra, sulle quali si può sostenere a buon diritto che abbia lasciato una traccia, a differenza dei leader comunisti della sua epoca. Detto questo, il mestiere degli storici non è alimentare i miti ma ricostruire gli eventi e le figure storiche nei loro contesti, e questo significa anche saperne vedere l’impatto e i limiti, sia quelli soggettivi sia quelli imposti dai vincoli imposti dall’epoca in cui hanno vissuto. Vale per tutti, deve valere anche per Berlinguer».

Lo storico fa lo storico, Veltroni fa Veltroni.

«Adesso lei vuole provocare, chiaramente. Mettiamola così: c’è una misura anche nel mito, che è una narrazione e quindi deve essere credibile. E immaginare che Berlinguer non fosse comunista non è credibile».

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