La rappresaglia.

Primo colpo all’Europa: i droni di Teheran su Cipro 

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Il drone lanciato dall’Iran che ha colpito la base di Akrotiri a Cipro, controllata dalla Royal Air Force britannica, non ha determinato vittime e neppure gravi danni, ma ha comunque suscitato grande impressione: rappresenta infatti il primo “sconfinamento” della guerra in Europa.

L’episodio ha reso ancor più complicato, per il premier del Regno Unito Keir Starmer, mantenere la linea fin qui adottata per negare che possa verificarsi un bis del sanguinoso impantanamento bellico dell'Iraq, ricordo infausto dell'era di George W. Bush e Tony Blair. Il leader laburista ha giurato sulla finalità «limitata e difensiva» del via libera a scoppio ritardato all’uso delle basi. Stretto fra esigenze e pressioni contrapposte, sir Keir - sempre più impopolare in patria fra crisi e scandali - ha provato a districarsi di fronte a una Camera dei Comuni ribollente di polemiche. Assediato da un lato dalle accuse di Trump, che si è detto «molto deluso» dall'ok ritardato sulle basi; e dall'altro dall'irritazione del governo cipriota, alla ricerca di «garanzie» sui paletti del coinvolgimento nel conflitto di Akrotiri, che ha fatto diventare l'isola un bersaglio e ha messo a rischio persino il vicino aeroporto civile di Pafos.

Per venirne fuori, dopo l'esitante messaggio televisivo alla nazione dell'altra sera - in cui era apparso incerto e quasi «sotto costrizione», nelle parole del veterano dei commentatori di politica militare della stampa britannica, Robert Fox - il primo ministro ha cercato di darsi un tono più deciso ai Comuni. Rivendicando una linea mediana fra sostegno e opposizione netta alla guerra all'Iran. In modo da evitare sia di unirsi alle opposizioni di sinistra e di centro (nonché all'ondata montante di laburisti dissidenti), che condannano esplicitamente come «illegale» l'azione militare di Usa e Israele; sia di cedere ai pro Trump delle destre, dalla conservatrice Kemi Badenoch fino a Farage, che ne denunciano al contrario gli indugi sollecitandolo a entrare mani e piedi nello scontro col regime degli Ayatollah.

Un regime che Starmer condanna, definendo «oltraggiosa» la sua reazione allargata a Paesi terzi del Golfo alleati di Londra (in un'area in cui si calcola si trovino circa 300mila sudditi di Sua Maestà), oltre che contro obiettivi militari britannici. Ma non senza ribadire «fermamente» la scelta di non prendere parte ai raid diretti contro l'Iran, o la volontà di limitare la collaborazione britannica a finalità «esclusivamente difensive» a fronte della pur prevedibile escalation di rappresaglie «sconsiderate» di Teheran. Starmer ha anche assicurato l'impegno a non consentire il decollo da Cipro di «cacciabombardieri americani».

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