Aggrediti, gettati a terra. Picchiati. Dal commando di rapinatori che avevano dato l’assalto, il 3 aprile di quindici anni fa, all’ufficio postale di Lanusei. Tre dipendenti di Poste Italiane avevano subito danni permanenti, uno addirittura si porta dietro ancor oggi problemi di natura psichiatrica per la quale, dopo la rapina, è rimasta in cura al Centro di salute mentale. E parte della colpa sarebbe di Poste Italiane che non li avrebbe messi in condizioni di lavorare in sicurezza. Per questo la Corte d’appello di Cagliari, con una sentenza emessa di recente, ha condannato il datore di lavoro (Poste, appunto) a risarcirli con un fiume di denaro: rispettivamente 145mila euro al primo, 114mila ai familiari del secondo (nel frattempo deceduto), aggrediti «con violenza e ferocia», 41 mila euro al terzo, gravemente minacciato.
Il provvedimento
I giudici (presidente Maria Luisa Scarpa, consiglieri Daniela Coinu e Giorgio Murru) hanno ribaltato il verdetto di primo grado emesso dal giudice del lavoro del Tribunale di Lanusei, Giada Rutili, che aveva respinto i ricorsi dei tre lavoratori. Perso il promo round, l’avvocato Gian Mario Pilatu, che difende gli impiegati, ha visto invece la sua tesi accolta su tutta la linea in appello. La pronuncia si basa soprattutto su una giurisprudenza della Cassazione in fase di consolidamento.
«Non possono ritenersi adottate dalla società datrice di lavoro – è scritto nella sentenza – tutte le misure preventive richieste dalla tipologia di attività svolta nella quale era certamente insito un rischio di rapina a mano armata prevedibile a causa della movimentazione di somme di denaro, anche di consistente entità come quelle sottratte dai malviventi (47mila euro, ndc) in questo caso».
Verdetto rovesciato
Sconfessate in appello le tesi che avevano permesso a Poste italiane, rappresentate dall’avvocato Claudio Paolo Cambieri, di spuntarla in primo grado. L’azienda aveva sostenuto «che non si possa attribuire al datore di lavoro un obbligo di prevenzione generale indeterminabile ex ante nei suoi contenuti». E in questo caso, la condotta dei rapinatori sarebbe stata tale da rendere inoperanti le misure di sicurezza. I giudici d’appello però sono stati di diverso avviso.
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