Tra i cori dei militanti contro il tricolore, va in scena l'ultimo saluto a Umberto Bossi. Per il fondatore della Lega, morto giovedì a 84 anni, sono stati funerali di popolo come voleva la sua famiglia, la moglie Manuela e i figli Renzo, Roberto Libertà ed Eridano Sirio, che hanno dato mandato a Giancarlo Giorgetti, visibilmente commosso, di organizzare le esequie del Senatur.
È stato a lui che i militanti col fazzoletto verde al collo hanno tributato gli applausi più sentiti, così come a Luca Zaia e al governatore lombardo Attilio Fontana. Mentre per il leader e vicepremier Matteo Salvini l’accoglienza è stata fredda, con alcune contestazioni per la scelta di indossare la camicia verde sotto l’abito: «Molla la camicia verde, vergogna», si è sentito scandire da alcuni militanti in piazza del Giuramento, su cui si affaccia l'abbazia di San Giacomo dove si sono tenute le esequie. «Vergogna, ha tradito la Lega, doveva essere il primo a non venire al funerale», ha osservato ancora qualcuno. «Oggi non si dichiara niente - è l’unica frase di Salvini dopo la cerimonia - oggi è il giorno della presenza», e poco dopo i funerali posta sui social una sua foto da giovanissimo con Bossi. “Libertà, autonomia, territorio, lavoro, sacrificio, responsabilità, giustizia, sicurezza. In quattro parole: padroni a casa nostra - si legge - Spesso, allora come oggi, soli contro tutti. Questa è la Lega, una comunità in cammino. Buon viaggio Umberto, con Te tutto è iniziato, mai mülà!”. Niente funerali di Stato per il fondatore della Lega, che voleva difendere il Nord e sognava il federalismo se non la secessione. Ma a rendergli l’ultimo saluto c’erano le massime cariche istituzionali: la premier Giorgia Meloni, il vice Antonio Tajani e Salvini, il presidente del Senato Ignazio La Russa, quello della Camera Lorenzo Fontana, diversi ministri ed esponenti politici. E poi ovviamente i big del partito, da Zaia e Fedriga fino a Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari. Tra le 400 persone ammesse in chiesa anche Fedele Confalonieri, Marcello Dell’Utri e Mario Monti. Ma la mattinata è stata tutta per il popolo della Lega, i militanti con il sole delle Alpi sul fazzoletto, sulla bandiera, sulle magliette, con il leone di San Marco come vessillo, che prima timidamente e poi con sempre più forza intonano i cori cari alla Lega di un tempo, “Padania libera”, “Secessione”. E quando escono dalla chiesa le autorità, in testa Giorgia Meloni applaudita al suo arrivo, intonano “Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore”. Poi Giorgetti interviene per placare i cori e riporta il silenzio in piazza, per permettere al coro degli Alpini della Val Masino di intonare il “Va, Pensiero” in onore di Umberto Bossi, che tante volte lo ha cantato dal palco del raduno leghista e non solo. E sul “pratone sacro”, dove campeggia la scritta in verde “Padroni a casa nostra”, che si conclude il funerale di popolo di Umberto Bossi, dopo una cerimonia strettamente religiosa in cui per la politica non c’è stato spazio. Alla fine un corteo funebre spontaneo avanza piano piano e copre i 500 metri che separano l’abbazia dallo spiazzo verde affollato di militanti con le bandiere. Dietro al feretro Giorgetti in lacrime e poi tutto il popolo leghista con le bandiere e gli striscioni, “Nati liberi, nati padani”. Il carro funebre si ferma qualche minuto lì dove tutto è iniziato e dove il cerchio terreno di Umberto Bossi si chiude.
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