Che cosa accadrebbe se una torre galleggiante in mare andasse alla deriva? L’esigenza di una valutazione dei rischi dell’eolico off shore, che risulterebbe assente nelle carte presentate per i vari progetti, è stata oggetto di uno studio dettagliato da parte del Coordinamento Gallura. Manca infatti una valutazione dei rischi, in caso di rottura di parti dell’impianto in condizioni meteomarine critiche, e quindi non ci sarebbero regole per gestire la conseguente deriva. «Si tratta di un’analisi imprescindibile, vista la portata e la criticità degli eventi metereologici degli ultimi anni», dicono gli esponenti del Comitato. «Gli impianti offshore sono sottoposti a sollecitazioni ed usura molto più forti, rispetto agli impianti on shore. Inoltre, a differenza degli impianti on shore, dove le parti soggette a possibili rotture statisticamente sono le pale, nel caso offshore l’intera struttura è potenzialmente a rischio ribaltamento. È un evento che in condizioni meteomarine critiche, come quelle appena vissute con 8-10 metri d’onda e venti sino a 120 chilometri all’ora, è quasi certo se si verifica la rottura dei cavi di ormeggio in uno o più punti di attacco. In questo contesto, a finire alla deriva sarebbero la fondazione galleggiante (8mila tonnellate di acciaio); la torre eolica (mille tonnellate di acciaio); la navicella (circa 2.500 litri di liquidi oleosi); le pale (50 tonnellate ciascuna di materiali compositi); cavi inter-array; cavi di ormeggio con un rischiosissimo effetto domino. Basti pensare che gli aerogeneratori sono collegati fra loro proprio da speciali cavi».
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