Negli Stati Uniti un grande studio coordinato dal National Institutes of Health e condotto da ricercatori della University of Pennsylvania Perelman School of Medicine ha fornito nuove prove sul ruolo del sistema immunitario nelle fasi iniziali della malattia di Parkinson. Analizzando campioni di sangue e di liquido cerebrospinale di migliaia di persone seguite per anni, il team ha osservato che alterazioni specifiche delle cellule immunitarie compaiono molto prima dei sintomi motori classici, come tremore, rigidità e rallentamento dei movimenti. I risultati, pubblicati su Nature Neuroscience, suggeriscono che l’infiammazione sistemica e cerebrale non sia solo una conseguenza della degenerazione neuronale, ma uno dei processi che contribuiscono ad avviare la malattia. Secondo gli autori, alcune firme immunitarie risultano alterate già in soggetti apparentemente sani ma destinati a sviluppare il Parkinson negli anni successivi. Questo dato apre alla possibilità di identificare la malattia in una fase preclinica, quando la perdita di neuroni dopaminergici è ancora limitata. I ricercatori sottolineano che intervenire precocemente sul sistema immunitario potrebbe rallentare il decorso o modificare la storia naturale della patologia. Per una malattia che oggi viene diagnosticata quando il danno è già avanzato, il cambio di prospettiva è rilevante e potrebbe avere ricadute importanti sia sulla diagnosi sia sullo sviluppo di nuove terapie preventive.
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