Il decreto.

Parità salariale, le richieste delle aziende 

Le associazioni datoriali in Senato: guardare ai contratti 

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Guardare alla parità retributiva tra uomini e donne senza però dimenticare i contratti maggiormente rappresentativi. Il testo dello schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva europea sul trattamento salariale di uomini e donne va modificato. A chiederlo è un’ampia compagine di associazioni d’impresa, intervenute in Senato sul provvedimento che punta a rafforzare la parità uomini-donne meccanismi di trasparenza sugli stipendi.

Le audizioni

A firmare la presa di posizione è praticamente tutto il mondo datoriale, dalle piccole alle grandi imprese: Confindustria, Abi, Ania, Casartigiani, Cna, Confartigianato, Confcommercio, Confcooperative, Confesercenti e Legacoop. Nel corso delle audizioni alla richiesta di una maggiore coerenza rispetto ai contratti è arrivata anche dal mondo agricolo, che ha visto filare in commissione anche i rappresentanti di Coldiretti, Cia e Confagricoltura.

Se l'obiettivo resta, dunque, la parità di trattamento tra lavoratori e lavoratrici, anche prevedendo possibili differenze basate su criteri oggettivi e neutrali distanti rispetto al genere, le associazioni chiedono, però, maggiore coerenza nel testo. Per individuare, infatti, lo «stesso lavoro» e il «lavoro di pari valore», bisogna fare riferimento ai Ccnl sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative nel settore interessato. Al contrario, un generico richiamo al contratto applicato dal datore di lavoro rischierebbe di produrre «effetti distorsivi».

Il testo

Nel testo dello schema del decreto, all'articolo 4, si mette in evidenza «la funzione propria e centrale svolta dalla contrattazione nell'ordinamento interno», riconoscendo che sono i contratti collettivi nazionali di lavoro «ad assicurare sistemi di classificazione retributiva oggettivi e neutri rispetto al genere». Per determinare le varie retribuzioni è consentito il riferimento ai sistemi di classificazione professionale decisi dal datore di lavoro, integrando quanto già previsto dal contratto collettivo nazionale, «a condizione che gli stessi siano caratterizzati da criteri oggettivi e neutri sotto il profilo di genere».

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