Un no alla riforma della giustizia, per dire sì alla democrazia e alla Costituzione e difenderle dalla «gestione autoritaria» del governo che vorrebbe «asservire i magistrati». Il giorno dopo gli affondi di Giorgia Meloni a una certa magistratura che vanificherebbe il lavoro sulla sicurezza, il centrosinistra si compatta sul referendum.
I leader di un campo largo ancora incerto si ritrovano ieri mattina a Roma e, col traino della Cgil e l’endorsement al comitato per il “no” guidato da Giovanni Bachelet, avviano la corsa per vincere il referendum. «Primo passo per puntare al governo del Paese».
Le reazioni
Elly Schlein è sicura: «Lo dico al ministro Nordio, vinceremo le prossime elezioni», arringa la leader del Pd. «Non vogliamo una riforma per controllare la magistratura, vogliamo essere controllati».
Toni più apocalittici da Giuseppe Conte che prefigura «il ritorno della casta dei politici intoccabili» e allergici ai contropoteri, se vincesse il “sì”. Quindi avverte: «Così i cittadini diventeranno tutti di Serie B. Invece, per il M5s, la legge è ancora uguale per tutti».
L’incontro
Schlein e Conte si avvicendano sul palco del centro congressi Frentani, a due passi da Termini. Qui si ritrovano i rappresentanti di un centinaio di associazioni schierate per il comitato di Bachelet che non a caso si chiama “Società civile per il no”. Tra i due nulla più di una stretta di mano e un «bravo» che la leader del Nazareno dice a fine discorso.
L’avvio della campagna referendaria coincide col “battesimo” del comitato di Bachelet. Forti delle 300mila firme raccolte, i referendari accolgono sul palco la Cgil e associazioni come Anpi, Acli, Arci, Auser, Libera, Legambiente, Libertà e giustizia. In video Giorgio Parisi, Nobel della fisica, lo scrittore Maurizio De Giovanni e l’ex Guardasigilli, Clemente Mastella. Tutti convinti che separazione delle carriere e doppio Csm non siano le risposte alla malagiustizia, ma la fine dell’indipendenza dei giudici.
Lo slogan
Apre l’assemblea Bachelet, il figlio del giurista ucciso dalle Br e che vent’anni fa guidò il comitato del “no” al referendum sulla «devolution» voluta dal governo Berlusconi e bocciata. Con lo slogan “Un sereno No da chi ha fame e sete di giustizia” stampato sulla felpa, dice che bisogna svelare «la trappola della riforma Nordio» e invoca il «patriottismo costituzionale».
Non sembra far paura il voto tra 70 giorni, se la data sarà quella anticipata dalla premier, il 22 e 23 marzo. «Avremmo voluto tempi più lunghi che rispettassero la raccolta firme ancora in corso», ammette Nicola Fratoianni di Avs. «Se il governo dà quella data bisogna fare i conti: faremo di tutto per essere pronti».
Le posizioni
Più pragmatico Maurizio Landini. Il segretario Cgil ricorda che la consultazione non prevede un quorum, «vince chi prende un voto in più» e serve mobilitarsi subito: «Iniziamo a camminare in ogni Comune e quartiere parlando con le persone e rendendo evidente la posta in gioco, ossia il futuro della democrazia».
E anche Schlein ammonisce: «La democrazia non è un assegno in bianco per 5 anni per chi prende un voto in più».
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