Maschere, fumetti, rock e una libertà costruita mattone su mattone in oltre trent’anni di musica. I Tre Allegri Ragazzi Morti arrivano in Sardegna dopo la parentesi oltreoceano culminata nel sold out all’Arlene’s Grocery di New York e questa sera saranno protagonisti del “Sulky Rock Fest” di Sant’Antioco. Una storia iniziata a Pordenone nel 1994, sempre fedele a un immaginario che ha attraversato almeno tre generazioni senza mai smettere di cambiare. Dai primi lavori alla fondazione nel 2000 dell’etichetta La Tempesta, la band composta dal fumettista Davide Toffolo, il batterista Luca Masseroni e il bassista Enrico Molteni, ha costruito un percorso difficilmente replicabile. Nel 2024 è arrivato “Garage Pordenone”, il decimo album, e da poco hanno reinterpretato “Rane’n’Roll” di Joe Perrino & The Mellowtones per “Rane’n’Roll Reloaded”, un atto d’amore verso l'artista cagliaritano e uno dei dischi simbolo della scena rock e psichedelica. Oltre che una nuova occasione per incrociare la propria storia con quella della Sardegna.
Davide Toffolo, cosa significa per voi tornare a suonare nell'Isola?
«I Tre Allegri Ragazzi Morti hanno un rapporto longevo con la Sardegna. Innanzitutto è il primo posto in Italia in cui è stata riconosciuta la nostra forma, perché qui è forte il desiderio di una musica che ha qualcosa di vero e ben distinguibile. Di recente ad esempio abbiamo pubblicato con La Tempesta un disco con Arrogalla, Francesco Medda. Bellissimo con le sue contaminazioni di musica esotica e radici sarde, lo abbiamo anche portato al Museo Nivola».
Cosa le piace della musica sarda?
«La sua tradizione millenaria, ancestrale, la dimensione territoriale forte e poi l'amore per il rock’n’roll. La scena garage cagliaritana è importante e poi io ho un debito grosso con la Sardegna legato ai fumetti: Igort, Vanna Vinci, Otto Gabos, sono da sempre miei riferimenti».
Dopo più di trent’anni, i Tre Allegri Ragazzi Morti continuano a essere una band difficile da incasellare. Qual è secondo lei il segreto di questa longevità?
«Sicuramente la maschera, ci rende vicini più a un’idea che a delle persone. Con quel filtro siamo proiettati in una dimensione magica che riesce a mantenere una maggiore distanza dal tempo. Abbiamo fatto tante cose in tre decenni eppure è come se fosse sempre la prima volta».
Avete scelto fin dall’inizio una strada indipendente, la fondazione dell'etichetta La Tempesta ne è la dimostrazione. Quanto è stato importante mantenere quella libertà?
«Quando trovi la tua forma puoi vivere nei limiti che hai senza perderti, questo ci ha dato la possibilità di credere in quello che facevamo in modo assoluto. Tanti gruppi nel tempo non hanno modo di rilanciarsi, noi possiamo farlo perché siamo proprietari di quasi tutta la nostra produzione».
Assieme a Paolo Fresu, Iosonouncane, per citarne alcuni, anche voi siete nel progetto “Rane’n’Roll Reloaded” che omaggia l'intramontabile Joe Perrino.
«Dopo l'incidente in moto che ha subito, abbiamo accettato immediatamente di partecipare. Joe è un artista strepitoso, dalle mille forme. Reinterpretare parte di quel disco strepitoso è stato forte e bello. Lui ne è rimasto contento e non era così automatico».
Avete contribuito a costruire il rock indipendente: cosa rimane di quella scena e cosa è andato perduto?
«La musica è sempre in movimento e non è mai facile da imbrigliare. Quando ti sembra di aver capito dove va, cambia strada. Vero che abbiamo vissuto anni d’oro, ma ora ci sono altri meccanismi e i giovani continuano a cercare nuove traiettorie che non siano solo intrattenimento».
Davvero nessuna nostalgia del passato?
«Mai avuta. E poi, a quanto pare, più i rocker sono vecchi e più sono fighi. Quindi se il tempo passa è un bene».
RIPRODUZIONE RISERVATA
Questo contenuto è riservato agli utenti abbonati
Per continuare a leggere abbonati o effettua l'accesso se sei già abbonato.
• Accedi agli articoli premium
• Sfoglia il quotidiano da tutti i dispositivi
