Carceri

«Non siamo la colonia del 41 bis» 

In 1.500 a Cagliari, ma il centrodestra attacca: fu Conte a portare i primi boss 

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Sventolano le bandiere dei sindacati. E sono la maggior parte in Piazza Palazzo, a Cagliari. Immancabili i Quattro Mori, portati sino a lì perché «la Sardegna non è una colonia penale», come da mesi si fa sentire Alessandra Todde. La presidente chiude il giro di interventi, a mezzogiorno e mezza, per fare il punto sul Piano del Governo che vuole concentrare nell’Isola i boss del 41 bis. Gli uomini della mala italiana. I più pericolosi. I condannati per reati legati alla criminalità organizzata. «Ci vogliamo prendere la nostra fetta di responsabilità – dice Todde –. Ma la decisione presa (da Roma) è inaccettabile. Noi crediamo nella leale collaborazione tra istituzioni. Speriamo che l’Esecutivo nazionale voglia iniziare a dialogare seriamente con la Sardegna». Oltre la piazza è polemica, da destra: «In Sardegna i detenuti del 41 bis li ha portati il M5S». Era il 2020.

Chi c’è

Un migliaio, forse mille e cinquecento. La rivolta sul 41 bis ha soprattutto i colori di Cgil, Cisl e Uil. Il M5S, senza vessilli, è al completo; un po’ meno gli altri partiti. Manca pure qualche assessore. Ma non è la giornata delle divisioni. Non ufficialmente almeno, sebbene Pd e M5S, da due anni a questa parte, non sono mai stati così distanti come in queste settimane. La protesta prende avvio con la lettura, a più voci, del manifesto messo nero su bianco dal Comitato “No a nuove servitù”: «La Sardegna non è una terra da usare e sfruttare. La nostra Autonomia e il nostro diritto all’autodeterminazione non possono essere calpestati». Piero Comandini, il presidente del Consiglio regionale, parlato appena prima di Todde: «Questo dissenso non è per sottrarsi a una ripartizione equa, ma per rivendicare equilibrio nelle scelte».

I confederali

I sindacati, che hanno riempito la piazza, leggono un documento unitario: «Siamo qui perché la Sardegna merita rispetto. Perché legalità ed equità devono camminare insieme. Perché legalità senza equità non è giustizia». I segretari generali non sono voluti mancare. «Il principio di insularità – dice Pier Luigi Ledda (Cisl) – non è il trasferimento dei detenuti in regime di 41 bis. Ma deve tradursi in investimenti e sviluppo, lavoro e formazione delle persone e dei giovani». Fulvia Murru (Uil) parla di «scelta scellerata: noi vogliamo una distribuzione equa, non che il carcere duro sia concentrato in Sardegna, con tre dei sette penitenziari indicati dal Governo. Basta decisioni calate dall’alto, anche perché il rischio di infiltrazioni mafiose è altissimo». Per la Cgil c’era il segretario regionale Nicola Cabras: «Chi governa ha la responsabilità di praticare il confronto e costruire soluzioni condivise senza mortificare le istanze delle Regioni. Lo Stato non può ricordarsi della Sardegna soltanto quando c’è da risolvere un problema, scaricandole addosso un onere senza valutarne le conseguenze».

L’opposizione

Il centrodestra ha disertato la Piazza. C’era solo Pierluigi Saiu, ex assessore regionale con la Lega: «La difesa degli interessi della Sardegna viene prima delle divisioni e delle bandiere politiche. Sono qui perché credo che serva unità e impegno comune. Non dimentico, comunque, da nuorese, che i detenuti in regime di 41-bis sono arrivati a Badu ‘e Carros per decisione di un ministro del Movimento 5 Stelle, Alfonso Bonafede». L’FdI Salvatore Deidda è intervenuto con una nota stampa: «La presenza di detenuti al 41-bis in Sardegna non è un’eredità di oggi. A Nuoro – dice anche il deputato – reparto è stato approvato dal Governo Conte con il Pd». Poi l’affondo politico, sui numeri della piazza: «La chiamata alla mobilitazione della Presidente Todde è stata ignorata dai cittadini. I sardi non si sono lasciati incantare dall’allarme sociale sulle “servitù carcerarie”».

I cittadini

Luciano Sordo ha 86 anni: «Da sardo libero non posso accettare che il Governo esponga l’isola alle infiltrazioni mafiose». Nicolò Luppino e Sofia Frigiani, 22enni di Orosei, studiano a Cagliari. Lui Scienze della comunicazione, lei Giurisprudenza: «È un rischio enorme portare nell’Isola i detenuti del carcere duro. Il turismo potrebbe diventare una calamita del malaffare, magari con pressioni sulla politica e tentativi di corruzione».

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