Andiamo in libreria.

«No, non amo il colore rosa e le altre sfumature di potere» 

Claudia Durastanti mescola, con passione, il pop e la cultura alta 

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<XW5>Ci sono libri che hanno più anime ma un solo cuore. È il caso di “Falsi amici”, La nave di Teseo, 192 pp. 16 euro, in cui Claudia Durastanti traduttrice e scrittrice, ha pubblicato cinque romanzi, nata a Brooklyn- New York nel 1984 da genitori emigrati da un paesino lucano, somma quel «qualcosa che ha imparato su amore, violenza e altre sfumature del potere». Il risultato è un moderno Zibaldone lucido e pressante ove, senza nostalgie di sapore leopardiano, ma con la stessa sensibilità e lo stesso occhio acuto osserva, indaga, ispeziona e racconta un mondo in cui tutto sembra stravolto. E dalle scarpe di Amy Winehouse, alla letteratura femminile sotto il fascismo, alla politica in generale, ai romanzi che ha tradotto e che hanno influito sul suo modo di pensare, edifica una scenografia intellettuale per raccontarsi attraverso la cronaca in modo nuovo e obiettivo. E replica fatti e avvenimenti, con l’ostinazione di volersi «confrontare con il presente, non cedere io stessa alla nostalgia nello scegliere i temi che vado a trattare anche se parlo di famiglia, di formazione, di politica, di cultura e altro: argomenti tutti che a me interessano per le conseguenze attive».

Signora, il titolo del saggio, “Falsi amici” fa pensare che abbia subito chissà quali torti e delusioni: è davvero così?

«No, anzi è un libro legato all’esperienza della compagnia, ai rapporti che sono in qualche modo sottratti alle dimensioni del conflitto, dell’attrazione e del dominio (penso al rapporto col maschile). Essendo gran parte della mia attività legata al mondo della letteratura e alla traduzione, mi interessava approfondire cosa ci seduce dell’errore - nel mio caso giustificato dal fatto che sono bilingue, italiano e inglese - quando interpretiamo male un significato, e perché ci restiamo affezionati pur sapendo che si tratta di un abbaglio. Penso che l’errore possa avere anche una funzione formativa, e dico che l’esperienza del falso che aiuta a comprendere il mondo, può avere una sua utilità strumentale».

Perché per lei il rosa non è un colore rassicurante? Eppure ne ha fatto il leitmotiv del suo libro e l’ha celebrato in tanti esempi?

«Probabilmente perché il significato primario - che viene anche dall’educazione sentimentale che ho ricevuto -, era quello dell’arrendevolezza, della tristezza di un colore in qualche modo accogliente, ma crescendo ne ho colto le sfumature più conflittuali e sinistre. Volevo dare un contributo alle varie gradazioni di rosa cercando un po’ di aggirare il rosa dominante che è quello imposto un po’ come una rassegnazione di genere e prescrive un percorso senile legato alla dimensione domestica. Ma senza denigrarla, perché la dimensione domestica è anche quella della cura dove si può imparare un’attività di critica di sguardi sul mondo e di resistenza. Però il rosa con cui sono cresciuta io era un rosa antico, un po’ limitato, ed è nel suo limite e nella sua arrendevolezza che l’ho trovato un colore poco rassicurante».

Sono identificabili la beccaccia e la pavona, i galli che cantano sui trespoli televisivi, gli intellettuali che si suicidano rispondendo troppe volte al telefono, di cui parla nel saggio?

«Penso di sì. Anch’io sono stata beccaccia: sono reduce da un romanzo che racconta l’Italia in cui cercavo di costruire mondi; e sono la pavona perché è un libro di autofiction. Inoltre mi occupo della tartaruga di cui vado a disseppellire le antenate, e del catalogo delle autrici del Novecento. Sicuramente non posso essere il gatto storico o la volpe cuciniera che va nei tornei televisivi, ma ho sempre patito l’idea che ci sia stata una peste, un fenomeno biblico che si è abbattuto sugli intellettuali. Credo che una parte di responsabilità sia loro nell’aver costruito la propria rilevanza rispondendo a effettive sollecitazioni: lo vediamo anche in questi giorni con il rigetto della cultura woke. E se da qualche parte c’è sempre un telefono che squilla, spesso si può anche fare a meno di rispondere».

Oggi si divide tra Roma e Londra con frequenti puntate nel paese d’origine. È difficile la comprensione dell’Italia?

«Sì, perché presuppone una grande competenza sulla storia per guardare al passato come primo strumento conoscitivo. L’Italia, sia a destra che a sinistra si basa molto sulla radice della famiglia e dell’essenza del Paese. Ed è questo che mi fa sentire ancora un po’ straniera».

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