Il ricordo è intatto, eppure di anni, da allora, ne sono passati oltre sessanta. Giancarlo Busiri Vici, con il padre Michele, era arrivato in Gallura su invito del principe Karim Aga Khan. Quanto lo aveva impressionato era la natura: «Una presenza con una voce e una personalità dirompenti». Ciò che l’architetto fece, insieme con Luigi Vietti, Jacques Couëlle, Antoni Simon Mossa e gli altri che nel frattempo sopraggiunsero, fu di dare ascolto a quella voce e forma urbana a quella presenza. La Costa Smeralda nacque così: dallo sguardo lungo dell’Aga Khan e dalla capacità creativa di un gruppo di professionisti, che nel 1962 contribuirono a costituire il Consorzio Costa Smeralda.
Alcuni di loro saranno presenti oggi a Cagliari, al THotel alle 17.30, per la presentazione del libro “Il sogno del Principe Aga Khan” (Gruppo Editoriale, 2025) di Fausto Farinelli. Organizzato da Isolarte, nell’ambito della rassegna “La Biblioteca di Amedeo Nazzari”, all’evento partecipano, oltre all’autore del volume, Giancarlo Busiri Vici, Enzo Satta (responsabile del comitato di architettura), Vincenzo Frigo (storico capo ufficio stampa dello Yacht Club Costa Smeralda), e Antonello Verona (proprietario del piano bar Sottovento, tra i locali più noti della Costa). La serata si chiuderà con l’esibizione canora di Elena Ciccu.
Con quale spirito decideste di intraprendere quest’opera?
«Non c’erano precedenti, allora, in Europa di un programma di sviluppo esteso a 50 chilometri di costa per una regione compresa tra i 4000 e i 5000 ettari. Ci muoveva un grandissimo entusiasmo, e il desiderio di creare qualcosa di unico, irripetibile, bello».
Un obiettivo ambizioso.
«L’intenzione era di realizzare un insieme armonioso, che contemperasse la salvaguardia di un territorio eccezionale con la pianificazione delle infrastrutture primarie (strade, luce, acqua, telefono) all’epoca totalmente assenti; e l’edificazione. Scegliemmo di concentrare le costruzioni in poche zone, e lasciare intatte vaste estensioni territoriali, dove la natura la facesse da padrona».
L’ha vista nascere ed evolvere: com’è cambiata?
«Fortunatamente non è cambiata nella sostanza. Nel tempo è venuta meno la tensione iniziale, la volontà e la determinazione che le hanno dato vita. Gli interventi successivi hanno proseguito lungo la strada tracciata, anche se privi della capacità di visione delle origini».
C’è qualcosa che farebbe in modo diverso?
«Sicuramente la viabilità. L’intensità del traffico in certe stagioni raggiunge livelli insopportabili».
La Costa Smeralda è un modello. Da lì in poi come si è evoluta l’edilizia nella fascia costiera sarda?
«Non vorrei esprimermi su altri interventi, perché non posso dare un giudizio sereno. Certo, noi abbiamo creato un modus operandi. Prima di iniziare a pianificare, e badi allora si disegnava a mano e non con il computer, il principe ci chiese di esplorare l’isola, da nord a sud, per conoscere le sue tradizioni abitative e comprenderne il rapporto con il paesaggio, i materiali e la cultura locale. Creammo un album fotografico a cui ispirarci per progettare tetti, balconi, le strutture degli edifici».
È un metodo oggi replicabile?
«Lo è nella sostanza e nella misura in cui vincola ogni intervento al rispetto assoluto del paesaggio. Noi avemmo cura di preservare le rocce di granito, i ginepri: preferivamo spostare la costruzione piuttosto che sacrificare il re ginepro. Il contrario delle edificazioni selvagge che massacrano il territorio e di cui vi sono numerosi esempi non solo in Italia, ma in molte parti del mondo».
È possibile esportare altrove questa configurazione architettonica e urbanistica, oppure resta inseparabile dall’identità sarda?
«Resta inseparabile per via della sua genesi. È inestricabilmente legata al carattere dell’Isola».
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