Cold case

Morto sotto il cavalcavia a Sant’Elia: «Mio figlio Riccardo è stato ucciso» 

La madre deposita una denuncia sui fatti del 2017: «Indagate per omicidio» 

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Non ha mai creduto alla tesi del suicidio del figlio. E va avanti nella sua battaglia perché si indaghi per omicidio. Simonetta Spano, mamma di Riccardo Madau, trovato morto nella notte del 14 luglio 2017 sotto il cavalcavia tra l’Unipol Domus e via Magellano a Sant’Elia, si è affidata nel tempo a diversi avvocati e recentemente, con in mano la relazione di parte a firma del criminologo Carmelo Lavorino e della sua squadra di esperti coordinata dalla legale Cinzia Mancini, si è presentata ai carabinieri della stazione di San Bartolomeo per presentare una denuncia per omicidio a carico di ignoti. Troppi i punti che non tornano in quello che nove anni fa era stato archiviato come suicidio: Madau, questa la ricostruzione fatta dalla Procura sulla base delle indagini della Squadra Mobile e dell’autopsia svolta dal medico legale Roberto Demontis, dopo aver aggredito nel parcheggio dello stadio la fidanzata Manuela Picci, di Assemini, convinto di averla uccisa, aveva raggiunto il vicino ponte e si era gettato di sotto.

I punti oscuri

Nella relazione depositata insieme alla querela viene ricostruita la vicenda, evidenziando le incongruenze che hanno portato a parlare di suicidio. E vengono motivate con gli elementi tecnici e scientifici evidenziati dal medico legale Salvatore Scialdone, dallo psicologo forense Enrico Delli Compagni, dell’investigatrice Claudia Lobina e dall’esperto informatico Gaetano Bonaventura. «Gli inquirenti dell’epoca ritennero che si trattasse di suicidio ma noi abbiamo dimostrato che quello di Riccardo Madau è stato un omicidio», spiega Lavorino, criminologo e criminalista. In passato si è occupato di delitti seguiti a livello nazionale come quelli del Mostro di Firenze, di via Poma, di Cogne, del piccolo Tommaso Onofri e di casi irrisolti.

I testimoni non identificati

Nella denuncia viene ricordato che il custode del nuovo stadio del Cagliari – all’epoca Sardegna Arena, appena concluso e che avrebbe ospitato la prima partita a settembre dello stesso anno – «alle 2.45 aveva avvertito la Polizia che nel parcheggio poco illuminato aveva sentito le urla di una ragazza e di un uomo provenienti da una vettura». Gli agenti avevano trovato la vettura con entrambi gli sportelli spalancati e, a circa 50 metri, il corpo di Manuela Picci (anche lei una vittima in questa triste vicenda), la fidanzata di Riccardo, priva di sensi, in una pozza di sangue. Soccorsa subito e accompagnata in ospedale era rimasta in coma per diverso tempo. Alle 3.20 due ragazze hanno poi scoperto il cadavere di Madau sotto il cavalcavia di viale Salvatore Ferrara. Una di queste ha poi riferito ai poliziotti che tre persone, a lei sconosciute, «e che non sono mai state identificate», ribadisce il criminologo e come ha sempre sostenuto anche la madre del giovane, le avevano detto di aver sentito dalla finestra di casa «le urla del litigio fra un ragazzo e una ragazza» e di aver poi visto un giovane «dirigersi verso il ponte e da lì buttarsi di sotto».

Il buio

Per i consulenti di parte della famiglia di Riccardo Madau, questa sarebbe «una versione falsa» di «supertestimoni mai identificati e che anzi potrebbero essere coinvolti in quanto accaduto». E non c’è nessuno che abbia assistito alla lite tra i due fidanzati e all’aggressione, che avrebbe poi portato il giovane a togliersi la vita. La stessa Manuela Picci è stata sentita dalla Squadra Mobile a sommarie informazioni ma dopo un anno e sette mesi dalla tragedia, nel febbraio 2019, riferendo «di non ricordare nulla di quella serata tra il 13 e 14 luglio» e di aver appreso di quanto accaduto ad agosto dopo un periodo di coma «dalla psicologa dell’ospedale e poi da amici e da familiari».

L’autopsia

Anche l’autopsia sul corpo del giovane, secondo i consulenti della famiglia Madau, presenterebbe alcuni aspetti non compatibili con il suicidio. «Le ferite, le escoriazioni e le contusioni non sono coerenti né fra di esse e nemmeno con una precipitazione dal ponte alto circa cinque metri», viene ribadito nella relazione. E «le ferite sul cranio sono state prodotte da un oggetto contundente a forma circolare, e ciò si deduce dalla forma delle ferite» e inoltre «le lesioni lacero-contuse, considerata la loro vitalità, risultano essere prodotte prima della morte», ribadisce il criminologo. Che conclude, negli atti depositati ai Carabinieri e alla Procura: «Non si tratta di suicidio, ma di omicidio: prima Riccardo è stato picchiato, poi è stato buttato da sopra il ponte, da almeno due persone giovani, robuste e determinate».

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