Belgrado. Ratko Mladić è morto da solo, in un letto dell’ospedale del carcere dell’Aja, a 84 anni. Il Macellaio della Bosnia, com’era stato soprannominato, scontava l’ergastolo per genocidio inflitto dal Tribunale internazionale per i crimini nell’ex Jugoslavia. Malato da alcuni anni, vittima di due ictus, su imput del figlio Darko la Serbia ha tentato invano in questi ultimi anni di farlo tornare a curarsi in famiglia. Mladic fu l’arma più efficiente e spietata del nazionalismo nelle guerre degli anni Novanta. Nato nel 1942 a Kalinovik, nell’attuale Republika Srpska di Bosnia, figlio d’un partigiano, militare di carriera, nel 1992 divenne capo per la Bosnia dell'Esercito Popolare Jugoslavo (Jna), che divenne di fatto forza d’appoggio alle milizie serbo-bosniache. Da capo di Stato Maggiore dell'autoproclamata Republika Srpska lavorò per creare uno territorio omogeneo, privo di isole di musulmani o di croati. Personalità per certi verso introversa, turbata dal suicidio della figlia Ana nel 1994, Mladic compare in filmati in cui dà rassicurazioni alle madri con bambini di Srebrenica nel luglio del 1995 che nulla sarebbe accaduto ai loro mariti e figli, mentre i suoi uomini li stavano sistematicamente giustiziando in un altro luogo. Furono uccisi circa ottomila fra uomini e ragazzi. Incredibile, a guerra finita, la sua latitanza: fino alla caduta del protettore Milosevic, nel 2000, visse in campagna. Poi si trasferì a Belgrado, mentre si susseguivano governi intenzionati a fare la pace con il passato. La cattura nel maggio del 2011 nel villaggio di Lazarevo, dove si nascondeva a casa di un parente.
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