Londra. Se non è il colpo di grazia per la leadership di Keir Starmer, ha l’aria di esserne il preannuncio. Lo scandalo legato al nome di Peter Mandelson, e ai suoi notori legami con il defunto faccendiere pedofilo americano Jeffrey Epstein, torna ad abbattersi sul premier laburista britannico, sospettato ora di aver «fuorviato» il Parlamento sull’affaire.
Il nulla osta negato
Ad assestare l’ultima legnata alla credibilità di sir Keir, giunto al potere meno di due anni fa, è un’ennesima rivelazione sull’inopinata nomina ad ambasciatore britannico negli Usa che l’anno ha attribuito al controverso lord Mandelson, 72enne ex eminenza grigia del New Labour di Tony Blair, per poi revocarla pochi mesi dopo, di fronte al tracimare di rivelazioni sul caso, silurando alcuni funzionari del suo staff. Ora Starmer ha scaricato su Olly Robbins, segretario generale del Foreign Office, l’ultima sbalorditiva topica rivelata dal Guardian. Mandelson, al momento della nomina, non aveva superato le verifiche dell’Uk Security Vetting, i controlli necessari ad autorizzare l’accesso di qualunque figura di rilievo ai segreti della sicurezza nazionale: il parere negativo dell’intelligence è stato ignorato irritualmente. Per negare di aver mentito in Parlamento - materia di dimissioni, secondo gli standard dei governanti britannici - al premier e ai suoi fedelissimi non è rimasto che farsi scudo con Robbins. Accusato di aver scavalcato le riserve degli 007 ed evitato d’informare sia sir Keir (addirittura fino a questa settimana) sia l’allora ministro degli Esteri, e attuale vicepremier, David Lammy. Di qui la cacciata dell’alto funzionario, che lunedì potrà dire la sua alla commissione parlamentare dove è convocato. Starmer si è detto «assolutamente furioso», giurando di essere stato lasciato all’oscuro da Robbins in modo «imperdonabile» e «sconcertante». Ma alla Camera lunedì lo attende una seduta rovente.
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