Tel Aviv. Medici senza frontiere non potrà più operare nella Striscia di Gaza. «La mancata presentazione degli elenchi del personale locale, un requisito applicabile a tutte le organizzazioni umanitarie che operano nella regione», ha spinto Israele a porre fine alle attività di Msf, che quindi dovrà lasciare il territorio entro il 28 febbraio.
L'annuncio del ministero per gli Affari della diaspora e la lotta all’antisemitismo non lascia spazio di manovra all'ong, già accusata precedentemente di avere due dipendenti che intrattenevano legami con i movimenti islamisti palestinesi Hamas e Jihad Islamica, circostanza che Msf nega in modo fermo. A stretto giro è arrivata la replica di Medici Senza Frontiere. «Questo è un pretesto per ostacolare l’assistenza umanitaria. Le autorità israeliane stanno costringendo le organizzazioni umanitarie a una scelta impossibile, tra esporre il personale a rischi o interrompere le cure mediche essenziali per persone in disperato bisogno».
Non è nuova la stretta imposta dallo Stato ebraico nei confronti di varie organizzazioni umanitarie che operano nell'area. A dicembre, le autorità avevano avvertito che a 37 ong non sarebbe più stato consentito di operare a Gaza a partire dal primo marzo. Una direttiva del marzo 2025 impone infatti controlli rigorosi sul personale palestinese che lavora per le organizzazioni internazionali.
Parallelamente va avanti l’offensiva diplomatica e amministrativa contro l'Unrwa, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, accusata da Netanyahu di collusione con il movimento terrorista Hamas. Israele ha in particolare affermato che alcuni dei suoi dipendenti avevano partecipato all'attacco senza precedenti condotto da Hamas il 7 ottobre 2023, che ha innescato la guerra nella Striscia di Gaza. Nel frattempo le autorità israeliane hanno annunciato la riapertura del valico di Rafah, fra l'Egitto e Gaza, in entrata e uscita a partire da oggi.
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