L’intervista

Manager col camice: «Mi piace fare il medico di base» 

Dalla guida della Asl di Olbia all’Ascot di La Maddalena 

Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp

Visite, ricette, certificati. La routine del medico di base accompagna le giornate di Marcello Acciaro, ex direttore generale della Asl di Olbia, che ha rimesso il camice nell'ambulatorio Ascot di La Maddalena, la città di origine della sua famiglia. «Un lavoro ce l’ho, da direttore nell’azienda sanitaria della Valcamonica, sono in aspettativa. Però volevo restare in Sardegna per esigenze familiari e fare il medico di famiglia». Porte spalancate? Non esattamente. «Come medico di famiglia c’era un posto a tempo determinato di otto mesi e volevano che mi dimettessi, all’Ascot di Palau a quanto pare non c’era necessità, così sono qua – un incarico da 15 ore – e sto benissimo. Vado al lavoro a piedi, volendo potrei andare in barca».

Marcello Acciaro, 63 anni, di sicuro non è un uomo che ha paura delle scommesse. Prima di diventare direttore generale della Asl Gallura nel 2022, ha tenuto a battesimo il Mater Olbia, è stato direttore sanitario di Areus, ha coordinato l’unità di crisi del Covid nel nord Sardegna nelle due ondate di Sassari e della Gallura e di Covid ha rischiato di morire. “Ho celebrato il mio funerale da vivo” è il titolo del suo libro pubblicato nella Biblioteca dell’identità de L’Unione Sarda. E oggi, dice di essere rinato.

Com’è fare il medico di base?

«Mi diverto moltissimo, ci sono molte soddisfazioni e vieni trattato con rispetto. Vedere le cose dal basso offre un’altra prospettiva, si vedono cose che dall’alto non si colgono. C’è una sensazione di sbandamento, di abbandono da parte delle persone. Per questo avevamo pensato alle case di comunità. Il problema non è tanto la mancanza di personale ma che non è dove deve essere».

Sull’organizzazione del personale però lei ha avuto molti conflitti con il sindacato.

«C’è molta resistenza al cambiamento. Per questo quando dirigevo la Asl ho organizzato anche un corso con lo psicoterapeuta Giorgio Nardone che si occupa di strategia del cambiamento, il 30 per cento dei dipendenti non si è presentato. La politica e il sindacato sono al primo posto tra gli ostacoli al cambiamento».

Una posizione antisindacale?

«No, io sono stato sempre iscritto al sindacato. Da direttore generale sono stato anche molto attaccato e ci sta. Ma avrei preferito essere attaccato sui risultati. Anche i sindaci spesso in privato mi dicevano di essere d’accordo e in pubblico contestavano».

Ritiene di aver ben operato alla guida della Asl Gallura?

«Ritengo di sì, anche se certamente non tutto è andato benissimo ma il bilancio si sarebbe dovuto fare dopo cinque anni. Ho preso in mano un’azienda che era l’ultima della Sardegna per distacco, ho cercato di sistemare le cose e questo non è mai indolore. In Sardegna abbiamo il più alto tasso di medici, dove sono? Se non si accetta il cambiamento c’è il rischio di metterli dove non servono. Stesso discorso per gli oss. Le risorse sono mal distribuite. Il problema è che tutti vogliono il cambiamento ma not in my backyard , non nel mio giardino».

Perché ha deciso di presentare ricorso?

«Per difendere un mio diritto di cittadino. Non ho fatto clamore ma faccio quel che va fatto. I manager non sono stati scelti tra gli amici, c’è un percorso di formazione, c’è l’iscrizione all’albo, c’è stato un concorso e poi un contratto. Se quel contratto viene rotto bisogna assumersene le conseguenze. Tutto qui. Poi, può essere che io decida di fare il medico di medicina generale ma il diritto deve essere ristabilito».

Che ruolo ha la politica?

«Io capisco che tutti vorrebbero farsi la squadra ma non funziona così. Giochi con la squadra che hai e se c’è un contratto lo devi rispettare. Per quanto mi riguarda, mi considero un tecnico, non sono un protetto dalla politica. Semmai ho subito lo spoil system anche in passato. Ho lavorato con diverse giunte regionali. Per la prima volta sono rientrato in Sardegna con la giunta Soru e l'assessora Dirindin, poi abbiamo lavorato su Areus, partendo dal modello lombardo, con la giunta Pigliaru e l'assessore Arru, sono diventato direttore generale con Solinas. Ma l’unica tessera che ho è quella della Lega Navale».

Perché le giunte regionali inciampano sulla Sanità?

«La Sanità oggi in Sardegna è come l’Italia dell’otto settembre. Non si sa chi comanda, se i nuovi o i vecchi ed è una situazione che si ripercuote sul personale e sulla gente. La politica ha un ruolo centrale ed è giusto che lo svolga ma il suo compito è scegliere una squadra e poi lasciarla lavorare per cinque anni, fare un passo indietro e lasciar lavorare i tecnici».

Più in generale c’è un senso di disfatta del sistema sanitario, da dove nasce?

«Il problema non è solo nostro, si vive in tutta Italia perché abbiamo un sistema fiscale che non si tiene più in piedi. La Sanità oggi sconta i tagli continui, abbiamo perso trentamila posti letto, la Germania ne ha 8 per mille abitanti, noi tre, siamo in coda insieme alla Spagna e alla Grecia e nel frattempo la popolazione è più anziana e ha più necessità di cure. Se prendi una pensione da 800 euro, non puoi pagare un’ecografia cento. E allora non la fai e rinvii gli accertamenti e le cure. Per questo bisogna investire di più sulla medicina territoriale. E snellire la burocrazia. Il principale motivo per cui i medici lasciano il servizio pubblico è l’eccesso di burocrazia».

Si considera un decisionista?

«Drammaticamente sì. Risolvo problemi».

RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo contenuto è riservato agli utenti abbonati

Per continuare a leggere abbonati o effettua l'accesso se sei già abbonato.

• Accedi agli articoli premium

• Sfoglia il quotidiano da tutti i dispositivi

Sei già abbonato?