Sicurezza sì, ma a quali condizioni. Il rafforzamento del regime di 41 bis in Sardegna divide e solleva dubbi: dalla tenuta delle carceri alla reale capacità del sistema di reggere un ulteriore carico, fino al rischio di una concentrazione eccessiva di detenuti ad alta pericolosità in un territorio già fragile e segnato da limiti strutturali. Le 90 persone detenute in condizioni speciali potrebbero diventare 240, quasi un terzo di tutta la nazione. Un equilibrio delicato, in cui si intrecciano esigenze di contrasto alla criminalità organizzata, tutela delle comunità locali e sostenibilità dell’intero apparato penitenziario. Di questo si è parlato ieri alla cerimonia del 209° anniversario della polizia penitenziaria, occasione per fare il punto su un sistema sotto pressione e sulle prospettive future.
La sfida
Il possibile incremento dei detenuti sottoposti al regime speciale non dipende direttamente dall’amministrazione penitenziaria, ma da scelte del Ministero della Giustizia. «A noi spetterà attuare queste decisioni», ha spiegato il provveditore Domenico Arena, sottolineando però come l’impatto organizzativo sarà tutt’altro che marginale. «Si tratta di un carico importante, che richiede un rafforzamento degli organici, delle infrastrutture e anche delle connessioni con il territorio, a partire dal tema sanitario e dalla gestione dei reparti detentivi negli ospedali». Una sfida complessa, che si inserisce in un quadro già critico. In Sardegna, a fronte di circa 1.850 unità previste, il personale in servizio è poco più di 1.300, mentre i detenuti sono passati in pochi anni da 2mila a circa 2.600, rispetto ad una capienza di 2.500 posti. Numeri che raccontano una pressione crescente sul sistema.
Cautela
Sul piano politico, la posizione è netta ma accompagnata da cautela. «Nessuno mette in discussione il 41 bis come strumento di contrasto alla criminalità organizzata», ha affermato la presidente della Regione Alessandra Todde. «La Sardegna è una regione responsabile e pronta a fare la propria parte, ma il punto è capire come e dove intervenire». Il nodo, ha spiegato, è legato soprattutto alla condizione insulare e ai possibili rischi di una penetrazione mafiosa. «Concentrare il numero dei detenuti al 41 bis può aumentare il rischio. È un dato che non può essere ignorato».Un timore condiviso anche a livello nazionale. La vicepresidente del Senato Anna Rossomando ha ribadito il sostegno alla misura, definendola «fondamentale per il contrasto alla criminalità organizzata», ma ha invitato a una riflessione più ampia sulla sua applicazione. «Se il piano dovesse tradursi in una maggiore concentrazione di detenuti in Sardegna, senza adeguate misure di supporto e coordinamento con le istituzioni locali, si rischierebbe di creare criticità importanti». In particolare, è stata evidenziata una sproporzione tra il numero di detenuti in regime speciale e la popolazione residente, «condizione fuori scala rispetto al resto del Paese».
Il personale
Il sistema penitenziario regionale continua a reggere per l’impegno del personale, nonostante le difficoltà. «Il 2025 non è stato un anno semplice», ha aggiunto Arena, ricordando l’aumento del 10% della popolazione detenuta e il passaggio da 10 a 9 istituti penitenziari.«Sarà un’impresa non da poco», ha ribadito, richiamando la necessità di «un lavoro integrato di intelligence e monitoraggio» per gestire un contesto sempre più complesso. «Quest’anno il numero degli eventi critici è diminuito, il sistema ha retto, ma bisognerà intensificare l’impegno».
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