La vicenda di Stefano Cucchi, vittima di una forza che dovrebbe proteggere e invece uccide, la conosce come pochi altri, avendo accompagnato i suoi familiari lungo il difficile e a tratti depistato percorso verso una verità definitiva. Perciò Luigi Manconi - in alcune delle sue vite precedenti docente di sociologia dei fenomeni politici e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, oggi presidente dell’associazione A Buon Diritto ed editorialista di Repubblica - ha abbastanza da eccepire a Carlo Giovanardi, che nei giorni scorsi all’Unione Sarda prospettava l’ipotesi di Cucchi vittima di una caduta in caserma, ma smentiva di aver detto che morì perché tossicodipendente e anoressico. In questa conversazione Manconi mette a fuoco pericoli futuri - «immanenti», dice lui - ma il punto di partenza è una manutenzione puntigliosa del passato, o meglio delle parole dette in passato.
Giovanardi dice che quella frase gli è stata attribuita.
«Giovanardi mente sapendo di mentire. Ricordo che in una intervista radiofonica l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio definì la vittima con le seguenti parole: “Tossico, anoressico, epilettico, zombie e larva”. Di queste parole mai ha chiesto scusa, pur avendole pronunciate mentre ricopriva una altissima carica istituzionale. Detto questo, la sola verità sui fatti che hanno portato alla morte di Stefano Cucchi è quella sancita dalle sentenze, fino alla pronuncia definitiva della Cassazione, che affermano che non fu vittima di una caduta. Bensì dei maltrattamenti, delle lesioni, dei colpi intenzionalmente assestatigli dai carabinieri che lo trattenevano in una caserma. E gli atti del processo sono inequivocabili perché documentano in maniera dettagliata e circostanziata come avvennero quei maltrattamenti e come gli vennero inflitte quelle percosse. Non solo: c’è stato un successivo processo che ha provato come uomini dell’Arma di grado superiore, fino a un colonnello e un generale, avessero operato attivamente per depistare e manipolare le indagini, attraverso omissioni, coperture e deposizioni che costantemente rasentavano la fattispecie penale della falsa testimonianza. Su questo non c’è alcuna incertezza né dubbi residui. È vero che le prime indagini furono male indirizzate e che i primi sospettati, ossia i poliziotti penitenziari, furono assolti semplicemente perché la Procura aveva condotto assai malamente l’inchiesta. Questo per quanto riguarda la morte di Stefano Cucchi, ma la verità è che Carlo Giovanardi è recidivo».
Recidivo perché?
«Perché lo stesso identico comportamento ha assunto nei confronti della morte di Federico Aldrovandi. Anche in quella circostanza Giovanardi prima attribuì la responsabilità alla vittima, ovvero al fatto che Federico sarebbe morto a causa dell’assunzione di sostanze stupefacenti; e poi difese a spada tratta gli autori del pestaggio quando tutte le testimonianze e le prove indicavano la responsabilità di quattro appartenenti alla polizia di Stato, tre uomini e una donna, che, infatti, furono condannati con sentenza definitiva. Ricordo che in entrambi i casi, quello di Stefano Cucchi e quello di Federico Aldrovandi, il ministero dell’Interno dispose di propria iniziativa un risarcimento per i familiari delle vittime. Il che corrisponde sostanzialmente a un’assunzione di responsabilità dell’istituzione per conto e in nome di quegli appartenenti alle forze di polizia che, poi, sarebbero stati dichiarati colpevoli. Le parole e i comportamenti di Giovanardi costituiscono un vero e proprio caso di studio di quel fenomeno definito come “vittimizzazione secondaria”. Ovvero una procedura di degradazione delle vittime, una sorta di processo che sfigura e sfregia la loro dignità nel tentativo di rendere colpevole chi ha subito l’ingiustizia fino a morirne. È una procedura ricorrente nei regimi autoritari e nei comportamenti di coloro che hanno in totale spregio lo Stato di diritto. Il quale Stato di diritto esige che la vittima sia tutelata non solo sul piano dei diritti processuali e delle garanzie penali, ma anche su quello della sua identità».
Negli Usa J.D. Vance garantisce “immunità assoluta” all’agente che ha ucciso Renee Nicole Good, in Italia l’Arma si costituisce parte civile nel processo Cucchi.
«Non si può ignorare che la costituzione di parte civile nei confronti dei carabinieri che provocarono la morte di Cucchi avviene dopo un lungo periodo in cui l’Arma si chiuse a riccio, non riconobbe che fosse avvenuto un crimine, difese a oltranza i propri uomini e si mostrò persino riottosa a incontrare i familiari di Stefano Cucchi. Ricordo che il primo incontro con il comandante dell’Arma si tiene solo alcuni anni dopo la morte di Cucchi. La sorella Ilaria, l’avvocato Fabio Anselmo e io incontrammo il comandante generale che, per la prima volta, dichiarò di voler perseguire la verità e di non escludere che potessero esservi responsabilità da parte dei suoi uomini. Così come ricordo che solo 17 o 18 anni dopo i fatti di Genova quel galantuomo dell’ex capo della polizia Franco Gabrielli riconobbe che la gestione dell’ordine pubblico durante il G8 era stata “una catastrofe”. Per anni mi è capitato il ruolo, davvero malinconico e arduo, di accompagnare familiari di vittime presso i capi della polizia - tutti, da Manganelli a Gabrielli - e solo in quelle occasioni ho avvertito una certa sensibilità dei vertici, ma tutto ciò avveniva terribilmente e tragicamente molto - troppo - dopo i fatti. Mai c’è stata tempestività, mai c’è stata un’attenzione immediatamente rivolta nei confronti delle vittime. Tuttavia, posso ricordare che in un’occasione almeno fu il responsabile politico degli Interni, il ministro Giuliano Amato, a voler incontrare in modo riservato i genitori di Federico Aldrovandi. Ma non era questo, certo, il costume prevalente, che invece è sempre stato quello di negare ogni responsabilità, secondo il modello-Giovanardi. E solo a distanza di tempo, davanti all’evidenza dei fatti e degli atti processuali, ammettere colpe e abusi. Come ho detto, anche in Italia c’è enorme difficoltà da parte delle istituzioni a guardarsi dentro e a fare autocritica. Dopo di che l’Italia resta, nonostante tutto, uno Stato di diritto. Esattamente quello che promette ai propri cittadini di venire tutelati in tutte le sedi e vedere riconosciuti diritti e garanzie a prescindere dalla condizione sociale e dall’eventuale curriculum penale. È compito di ciascuno fare in modo che quella promessa, oggi insidiata e incrinata, venga mantenuta. Perciò, e sto parlando ancora dell’Italia, non dovrebbe esistere un caso in cui un membro dell’apparato dello Stato compia un’ingiustizia o addirittura un crimine contando sull’impunità. E sono molto preoccupato dall’insistenza con cui in questi mesi si parla di uno scudo penale per gli appartenenti alle forze di polizia. Temo che in qualche modo verrà realizzato, assicurando loro uno statuto speciale, per esempio garantendo la non iscrizione nel registro degli indagati. Il che sarebbe un gravissimo errore, perché l’iscrizione nel registro degli indagati ha una funzione, ovvero assicurare all’indagato la possibilità della migliore difesa. Basti pensare che essere iscritto consente al membro della polizia, che fosse ad esempio sotto inchiesta per un caso come quello di Rogoredo, di poter incontrare i l magistrato con un avvocato al proprio fianco. Questo sistema di tutele, pur minacciato, resiste e ci si deve battere perché non venga compromesso. Anche negli Stati Uniti in teoria sarebbe così, ma lì le prerogative del presidente gli consentono di comprimere fortemente i requisiti essenziali di uno Stato di diritto».
Però su Rogoredo Piantedosi dice che non sono previste immunità preventive.
«Io spero che questo principio sia conservato e non sia limitato né tantomeno abolito attraverso l’istituzione di questo scudo penale».
Non sarebbe semplicemente incostituzionale?
«Sicuramente».
Safran Foer sul Corriere della Sera scrive su Minneapolis: “Le democrazie marciscono non attraverso un’improvvisa tirannia ma attraverso la normalizzazione della crudeltà”.
«Condivido. Sono convinto che nelle democrazie occidentali né vi siano né vi saranno forme di dittatura che possano sostituire il regime democratico. Ma attenzione a una delle formule più perverse dell’attuale discussione pubblica, ovvero l’impiego di un grande volume di fuoco di parole per deridere coloro che paventano il ritorno del fascismo. Se si va poi a verificare, tranne degli scemi totali, nessuno in Italia pensa che possa instaurarsi il fascismo storico. Ma è come se - ecco la perversione retorica - una volta negata l’esistenza del fascismo venga negata qualunque minaccia di tipo autoritario. Non è assolutamente così: il fascismo in Italia non c’è e non ci sarà ma pure all’interno del sistema democratico, e pur conservandosi le fondamentali garanzie, sono possibili forzature, restrizioni, limitazioni, involuzioni che nel loro insieme configurano un processo di autoritarismo. Ecco, le democrazie autoritarie sono, quelle sì, un vero pericolo. Addirittura in alcuni casi un immanente pericolo. Dunque la non esistenza del fascismo come regime classico non impedisce un processo di precipitazione verso quelle che sono state chiamate, appunto, democrature, dove la persistenza di libere elezioni e di qualche forma di separazione dei poteri non impedisce che in settori comunque cruciali della società vengano limitati diritti e garanzie; e si proceda verso una involuzione repressiva; e si limitino potentemente le libertà democratiche; e si riducano i diritti individuali oltre a mortificare quelli sociali. Questi processi sono in atto. Vigilare sul loro realizzarsi è un compito cruciale: o vengono segnalati e contrastati ora, oppure davvero si rischia che quando apriremo finalmente gli occhi, sarà troppo tardi».
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