L’intervista

«L’università da costruire insieme» 

Maria Chiara Di Guardo in corsa per diventare rettrice a Cagliari: «Programma condiviso» 

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«Il rettore è al servizio, mette insieme tutte le energie di un ateneo per raggiungere i migliori risultati». Maria Chiara Di Guardo, docente di Organizzazione aziendale nel dipartimento di Scienze economiche e aziendali e candidata alla carica di rettrice dell'Università di Cagliari, ha scommesso sul metodo: ascoltare la comunità e trasformare le proposte in azioni concrete. Già prorettrice all'Innovazione e al territorio e fondatrice del Contamination Lab, è presidente di Netval (Network per la valorizzazione della ricerca). È nata a Catania ma è sarda adottiva dopo 30 anni trascorsi nell’Isola.

Con molto anticipo ha annunciato la sua candidatura e sta definendo il suo programma in modo condiviso.

«Abbiamo iniziato ad aprile, aprendolo a tutta la comunità accademica. Credo fortemente nell'intelligenza collettiva: nessuno ha la soluzione da solo. Stiamo raccogliendo indicazioni e suggerimenti, per arricchire il programma. Ascoltiamo, oltre ai docenti, studenti, futuri studenti e genitori. Costruire insieme il progetto per la nuova università è un grande valore».

Quali priorità stanno emergendo?

«Il benessere degli studenti, dei docenti, dei ricercatori e del personale tecnico-amministrativo si raggiunge attraverso la qualità degli spazi, la valorizzazione del lavoro, ma anche attraverso l'ascolto. Abbiamo circa 25 mila studenti, di cui il 40 per cento non riesce a finire il percorso universitario. Accompagnarli è un'esigenza. Disponiamo di molti dati: usandoli bene possiamo capire le fragilità e intervenire prima dell'abbandono. Gli studenti ci hanno chiesto anche di utilizzare l'intelligenza artificiale per dare informazioni immediate: può liberare dal lavoro ripetitivo e far conoscere meglio ciò che offre l'ateneo».

Alloggi, mense e trasporti. Da dove partire?

«Cagliari è diventata una meta di grande richiamo per il turismo e gli studenti faticano a trovare affitti a prezzi ragionevoli. L'università deve lavorare sempre di più con l'Ersu per cercare di risolvere i problemi legati ad alloggi, mense e trasporti. Monserrato è il polo con più studenti ed è il più lontano dalla città: la prima leva è il trasporto, con frequenze e orari concordati con gli enti competenti. Potremmo costruire una mappa del costo reale dell'esperienza universitaria per capire dove ridurre il peso economico. Assicurare il diritto allo studio è la politica di attrattività più efficace che abbiamo».

Come intervenire sulle infrastrutture?

«L'ateneo ha in programma 80 milioni di euro di investimenti, ma tra l'assegnazione delle risorse e l’apertura dei cantieri passa molto tempo. Ho previsto un piano straordinario per la manutenzione ordinaria, con un budget dedicato. Servono più biblioteche e punti di ristoro. Intanto, possiamo rendere prenotabili dagli studenti le aule quando non ci sono lezioni, ampliando il sistema già utilizzato dai docenti. La differenza tra un'università telematica e una in presenza è la vita nel campus».

Come rendere più stabile il rapporto con il mondo delle imprese?

«Abbiamo già dato un contributo. Il Contamination Lab è diventato il primo in Italia: da Cagliari abbiamo guidato percorsi di imprenditorialità in altri atenei. Penso che manchi una cornice ordinata che metta a sistema queste attività e distingua trasferimento tecnologico, innovazione sociale e iniziative per le comunità. Trasferimento tecnologico non significa diventare il laboratorio esterno di ricerca e sviluppo delle imprese: dobbiamo trasferire la frontiera della conoscenza che sviluppiamo nei nostri laboratori per farle crescere».

Quale contributo deve offrire l’ateneo al sistema dei servizi sanitari?

«L'università non è un ospite dell'ospedale: i colleghi delle aree mediche insegnano, fanno ricerca e curano nello stesso tempo. Serve una cabina di regia permanente con l'Azienda ospedaliero-universitaria. Non possiamo permettere che decine di laureati in medicina restino senza la possibilità di specializzarsi, né perdere le specializzazioni sanitarie. La ricerca clinica è strategica: oggi ogni gruppo prepara da solo protocolli e consensi. Possiamo sviluppare un servizio di supporto per la conformità etica, con modelli validati, e un raccordo stabile con il comitato etico territoriale. Occorre investire nei laboratori, avere tecnici e valorizzare coloro che lavorano nelle infrastrutture di ricerca».

In quale modo sostenere la ricerca all’interno dell’ateneo?

«Restituendo tempo alla ricerca e alla didattica, alleggerendo il carico burocratico. Un unico centro dati di ateneo permetterebbe di inserire un dato una volta sola. Automatizzare un modulo o un rimborso per la missione fa risparmiare tempo» .

Come immagina l'università del futuro?

«Come il luogo in cui la Sardegna studia sé stessa e il mondo nella giusta scala. L'Isola concentra le transizioni che il pianeta affronta in questa fase: demografica, energetica, sanitaria, ecologica, linguistica e digitale. Possiamo diventare un laboratorio ed esportare soluzioni. Abbiamo relazioni con il sud del mondo, l'Europa e l'Asia. Dobbiamo concentrarci sull'accoglienza, con moduli in inglese, con uffici preparati e supporto per chi sceglie di studiare o lavorare qui e porta competenze e culture».

Quali sarebbero i primi passi da rettrice?

«Nei primi sessanta giorni vorrei stringere un patto di governo con le componenti dell'ateneo, regole del confronto e responsabilità di ciascuno. Il personale tecnico-amministrativo e bibliotecario deve essere coinvolto. Il metodo si costruisce pian piano, come comunità».

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