INVIATA
Nurri. E quali parole occorre trovare per raccontare il dolore più grande? Mamma Manuela e papà Stefano hanno accompagnato il loro bambino fino all’ultima culla, in testa al corteo chilometrico in preghiera che lungo Corso Italia seguiva il carro funebre con la piccola bara bianca ricoperta di rose. Il rintocco lento delle campane e le orazioni sono state l’ultima ninnananna, mentre una schiera di bimbi e mamme, con i palloncini bianchi, ha fatto da guardia d’onore. Nel giorno dell’addio a Lorenzo Spano, tre anni e mezzo, travolto domenica scorsa dal trattore del padre nel podere di famiglia, Nurri si è fermata. In un pomeriggio assolato, le saracinesche di bar e negozi sono abbassate, l’insegna del lutto cittadino che qui coinvolge davvero tutti.
Il conforto alla famiglia
Nella chiesa di San Michele Arcangelo tutti i banchi sono occupati, come lo spazio di ogni singola cappella fino ai piedi dell’altare. Dopo la lettura del vangelo di Marco, don Fabrizio Deidda cita il profeta Geremia e confida: «Mi sento sconfitto dall’impotenza, di fronte al dramma che sconvolge la nostra comunità». Uno sguardo al minuscolo feretro, dov’è poggiato un vangelo, e uno sguardo ai genitori di Lorenzo, seduti accanto alla bara, vicini vicini. Don Fabrizio ha portato il suo conforto alla famiglia, a questo papà e a questa mamma chiamati a cullare il lutto più atroce, e a imparare, col tempo, a dipanare il dolore e la disperazione, a sciogliere la rabbia e l’ingiustizia che in una maniera o nell’altra sottende sempre la morte di una creatura che si è appena affacciata alla vita. «Credo che ciascuno di noi sarebbe pronto a fare qualcosa per poter togliere un po’ di questo macigno, per cercare di portare un po’ di conforto», aggiunge il parroco. «In questa ora, e soprattutto nelle ore a venire, dobbiamo stare vicini a Stefano e a Manuela», la sua esortazione. Vicini, «come famiglia, fratelli sorelle zie nonni. E vicini come comunità».
Il vangelo sulla bara
È una chiamata alla mobilitazione affettiva permanente, quella del parroco. Dai banchi si leva lo stridore del pianto di un bambino, il suono breve dei tanti che a fatica ingoiano le lacrime. «Umanamente cogliamo la difficoltà e comprendiamo anche la rabbia che può albergare nel nostro cuore in mezzo ai tanti interrogativi che rivolgiamo a noi stessi e a Dio», avvisa il sacerdote. «C’è il rischio di cadere nel gorgo profondo della disperazione, del non senso». Ma, «se le parole umane sono fallimentari, c’è una piccola luce: sopra il feretro di Lorenzo è posto il Vangelo, l’unica parola che possa illuminare questo momento. Anche ora, in mezzo a questo dolore, c’è una luce gentile che chiede un atto di fiducia», sottolinea. «Un ulteriore atto di fiducia». Oggi, «consegniamo Lorenzo a Gesù, nella certezza che il Signore custodisca motivazioni che noi non conosciamo. Siamo chiamati a fare un atto di fede». E dovranno trovarne la forza anche il papà e la mamma di Lorenzo. Chiamati a fare, «il più grande atto di fede della loro vita».
«È il figlio di tutti»
Don Fabrizio, dall’altare, pronuncia la preghiera più dolce: «In Paradiso ti accompagnino gli angeli...», e affida Lorenzo all’abbraccio del cielo. All’uscita del feretro, dopo la funzione, il picchetto d’onore dei palloncini, poi il corteo si snoda lungo un tratto del Corso Italia e giù fino al cimitero dove si sono tenute le condoglianze. «È il figlio di tutti», sussurra una giovane madre che spinge un passeggino.
Ci sono tanti bambini anche qui, per l’ultimo saluto a un coetaneo. Anche nel giorno del dolore più grande, la morte non vince.
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