L’intervista

Lotta ai linfomi, in prima linea c’è una sarda 

Lia Palomba lavora a New York, in uno dei migliori centri oncologici al mondo. Ora debutta su “The Lancet” 

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Una svolta importante nella cura dei tumori del sangue arriva grazie al contributo di una ricercatrice sarda: Lia Palomba, 64 anni, onco-ematologa originaria di Sassari, lavora da quasi 38 anni al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, uno dei principali centri oncologici al mondo.

Studi universitari tra Sassari e Pavia, con un biennio di specializzazione a Pittsburgh, negli Stati Uniti, ricercatrice clinica specializzata nella cura dei linfomi e dei tumori del sangue, Palomba è la prima autrice (“ first author ”) di un articolo in uscita su “The Lancet”, la più autorevole rivista scientifica al mondo per questioni mediche. «È un lavoro di squadra», minimizza la professoressa: «La mia è la prima firma perché, nel team che ha condotto la ricerca, sono quella che ha trattato il maggior numero di pazienti. Ciò detto – concede – per un medico pubblicare su “The Lancet” è un’apoteosi».

La notizia è che la Fda ( Food and drugs administration : l’agenzia federale responsabile della protezione della salute pubblica statunitense) ha approvato la nuova terapia messa a punto da Palomba e i suoi compagni di ricerca per il linfoma della zona marginale, una forma rara e a crescita lenta di linfoma che in alcuni pazienti tende a ripresentarsi dopo più cure.

In che cosa è consistito, di preciso, il vostro lavoro?

«Si tratta di un clinical trial , ovvero della messa a punto di un protocollo medico a partire dalla scoperta di un ricercatore (italiano, peraltro: si chiama Dario Campana e opera a Singapore). La base, a cui lavoriamo da anni, è l’impiego di cellule del sistema immunitario del paziente, geneticamente modificate in laboratorio per riconoscere e attaccare il tumore».

Qualche dettaglio?

«Nelle cellule T prelevate dal paziente viene inserito un virus che produce una proteina chimerica, cioè fatta di pezzi di varie proteine diverse, selezionati in modo da avere la massima efficacia. Si chiama Car T. Le cellule “armorizzate”, come diciamo noi, vengono poi re-infuse nel paziente: entrano nel sistema circolatorio e vanno a trovare e combattere le cellule tumorali».

Funziona?

«Nei test clinici, il 40 per cento dei pazienti ha ottenuto risposte durature, con effetti collaterali generalmente gestibili. Paragonata a tutte le altre terapie disponibili, questa terapia si è dimostrata superiore. In 10-12 anni abbiamo trattato tanti pazienti, che generalmente avevano affrontato senza risultati 4-5 terapie e avevano una prospettiva di sopravvivenza di pochi mesi. Molti sono ancora vivi. La terapia ha avuto un impatto rivoluzionario nel campo della cura dei linfomi, e oggi la si usa anche per i mielomi».

Lei, dunque, è ricercatrice ma cura anche le persone?

«Sì. È quello che fa un ricercatore clinico. Ho iniziato in laboratorio, una lunga gavetta, sottopagata per anni».

Negli Stati Uniti?

«Sì. Sono arrivata qui nel 1988. In Italia, all’epoca, c’erano troppi medici».

Bei tempi, rispetto alla situazione attuale.

«Per i pazienti italiani sicuramente. Per noi giovani medici no: lì in Italia non avevo prospettive. E poi qui negli Stati Uniti avevo trovato l’amore: un ricercatore clinico olandese. Siamo sposati e abbiamo due figli».

Su che tipo di ricerche si è concentrata all’inizio?

«Sulle terapie immunologiche per i linfomi. Poi ho iniziato a vedere pazienti e il tempo da dedicare al laboratorio è diminuito. Al Memorial Sloan Kettering Cancer Center vengono persone da tutto il mondo. Oggi vedo 40/50 pazienti a settimana. A loro sono molto grata: sono molto coraggiosi. Sono loro i protagonisti dei clinical trial , ovvero la messa a punto dei protocolli che possano essere applicati a pazienti umani. A noi i ricercatori di base elaborano dicono: abbiamo trovato questa terapia, sui topi funziona».

E a voi tocca vedere se la terapia funziona anche con gli esseri umani.

«Esatto. Ci lavoriamo in team: ci sono oncologi, ematologi, coordinatori, tante figure diverse. Io mi occupo di vari aspetti, incluso il reperimento dei fondi. Il nostro tipo di ricerca non è facile: la maggior parte delle volte si fallisce. Con questa terapia, per esempio, abbiamo iniziato nel 2006: il primo paziente è morto per effetti collaterali devastanti. Le cellule T modificate, una re-infuse nel paziente, possono provocare “tempeste di citochine”che danno febbre, epilessia, coma. Reazioni che abbiamo via via imparato a gestire».

Praticamente i suoi pazienti accettano il rischio di sottoporsi a una terapia sperimentale.

«Proprio così. Si mettono nelle mie mani».

Cosa li spinge? Solo la disperazione o c’è anche dell’altruismo?

«Da un lato hanno provato tutte le terapie. Dall’altro, molto spesso, sanno che nel loro rischio è compresa anche la possibilità di mettere a punto una cura che un domani potrà guarire altre persone. Spesso facciamo anche biopsie per osservare le cellule T in azione contro i tumori: sono esami che hanno uno scopo di pura ricerca. Eppure i pazienti aderiscono volentieri: non smetterò mai di ringraziarli».

Nel 2009 il New York Times le dedicò un articolo.

«Riuscii a guarire un paziente che aveva una reazione immunitaria molto aggressiva, e allora considerata molto rara, dovuta a un linfoma. Fu lui a segnalare la cosa al giornale».

In Italia sarebbe riuscita a ottenere i risultati che ha ottenuto in America?

«Come donna, come laureata e specializzata a Pavia, in un ambiente dove c’era molto nepotismo? Non lo so. Ma in Italia ci sono centri di eccellenza e colleghi bravissimi. Un nome per tutti: Franco Locatelli. Il limite è un leggero ritardo nelle applicazioni di nuovi protocolli rispetto agli Stati Uniti. Per esempio: la terapia di cui abbiamo appena parlato è arrivata in Italia intorno al 2019/2020 e a Cagliari, che io sappia, da un paio d’anni. Detto ciò, nemmeno qua è stato facilissimo affermarsi»

Cosa differenzia i due sistemi?

«Negli Stati Uniti la gerarchia conta di meno e la meritocrazia di più: qui se lavori bene vai avanti. Io ho scalato i gradi: prima assistant , poi associate , da un anno full professor . Ma attenzione: ho un contratto che viene rinnovato ogni anno».

Precaria, in pratica.

«Ogni anno devo dimostrare di aver ottenuto risultati in termini di fondi raccolti, produttività, protocolli clinici. Pochissimi professori hanno un contratto tenure o a tempo indeterminato».

Si parla in termini molto preoccupanti dell’impatto che il governo Trump sta avendo sul mondo della ricerca e dell’università negli Stati Uniti.

«Nel campo medico, si sente soprattutto l’impatto di Robert Kennedy jr, il ministro della Sanità: s egue personalità strane che fanno ricerche non-standard, per esempio sulla connessione tra vaccini e autismo, ampiamente esclusa dalle ricerche più accreditate. E infatti il ministro ha rivoluzionato lo schema delle vaccinazioni: la gente purtroppo lo segue e il risultato è che sta ricomparendo il morbillo, che era ormai scomparso».

Poi c’è il discorso del taglio dei fondi.

«L’inizio è stato traumatico. Il Governo ha tolto da un giorno all’altro 150 miliardi di dollari all’equivalente dell’Istituto superiore di sanità. Poi li ha ridati. Trump è così: annunci e marce indietro. Come stare sulle montagne russe».

In Italia tornerebbe?

«Guardi, ho 64 anni e faccio un lavoro che mi stanca moltissimo, perché più diventi (diciamo) famoso più aumentano le richieste. Al massimo fra quattro anni sarò in pensione. Ma mi piacerebbe, a quel punto, fare la consulente. Magari aiutare la Regione a risolvere le difficoltà della sanità sarda».

Ha qualche suggerimento?

«In Sardegna torniamo, abbiamo casa ad Alghero, ma della situazione sanitaria nell’Isola conosco solo ciò che vengo a sapere dai parenti che hanno avuto qualche esperienza. Però ho una convinzione, questo sì: non c’è motivo per cui i sardi non possano avere un reparto di onco-ematologia aggiornato e in grado di offrire a chi è malato di tumore le stesse terapie che offre lo Ieo di Milano. Si può fare».

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