Washington. Dopo una giornata di tensioni per il rischio dell’apertura di un nuovo fronte militare in Medio Oriente, è il ministro degli Esteri omanita, Badr Albusaidi, ad aprire uno spiraglio di speranza, annunciando nella serata di ieri «una svolta» nei colloqui tra Stati Uniti e Iran: Teheran ha infatti accettato di smantellare le scorte di uranio arricchito. «Vi rinunceranno», ha detto Albusaidi, mediatore dei negoziati, in un’intervista alla Cbs, aggiungendo che in questo modo l’Iran «non sarà in grado di accumulare effettivamente il materiale che gli permetterà di creare una bomba». Il capo della diplomazia omanita ha spiegato che le attuali scorte verrebbero «miscelate al livello più basso possibile e convertite in combustibile, e quel combustibile sarà irreversibile». Albusaidi ha poi aggiunto che «se ci sarà un accordo, un accordo concordato, ci sarà pieno accesso» ai siti nucleari iraniani per gli ispettori dell’Aiea. E ha anche espresso fiducia «che anche gli ispettori americani avranno accesso a un certo punto del processo» se si raggiungerà un’intesa.
Il nodo arricchimento
L’annuncio sembra aiutare a sciogliere uno dei nodi irrisolti della trattativa, quello dell’arricchimento dell’uranio e delle scorte al 60 per cento conservate nell’impianto sotterraneo di Ishafan (come rivelato dall’Aiea). Il ministro omanita ha poi segnalato ottimismo a seguito di un incontro a Washington con J.D. Vance, dopo il quale aveva parlato di «una pace a portata di mano – dicendo di – attendere con ansia ulteriori e decisivi progressi nei prossimi giorni».
I nuovi colloqui
Ma se da una parte il filo della diplomazia non si è ancora spezzato, con nuovi colloqui a livello tecnico in programma la settimana prossima a Vienna dopo i «significativi progressi» registrati dai mediatori dell’Oman a Ginevra, dall’altra l’opzione militare resta sul tavolo. I comandi Usa in Medio Oriente che hanno presentato a Donald Trump le varie opzioni di attacco, mentre si moltiplicano gli appelli delle capitali ai connazionali ed al personale diplomatico perché lascino il Paese. «Non ho ancora deciso», ha fatto sapere l’inquilino della Casa Bianca prima di dirsi «scontento» della trattativa e di sottolineare che «a volte la forza serve». In questa fase incerta, gli americani restano in stretto contatto con Israele: Marco Rubio volerà lunedì a Gerusalemme per fare il punto. Lo strike sull’Iran, più volte minacciato da Trump, è stato tutt’altro che scongiurato, nonostante il dialogo tra le parti stia proseguendo. Il commander in chief ha ricevuto l’ammiraglio Brad Cooper, il numero uno del Central Command, che ha messo sul tavolo le diverse opzioni per colpire il regime. Il tycoon in queste ultime settimane avrebbe oscillato tra l’idea di un raid mirato per convincere Teheran a cedere sul nucleare, oppure un’operazione di ampia scala per rovesciare il regime. Opzione molto più complicata che non convince un’area corposa del partito e dell’amministrazione, come dimostra l’ultima uscita di Jd Vance: «Non c’è nessuna possibilità che gli Stati Uniti vengano trascinati in una lunga guerra». Su questa linea molti esponenti repubblicani e consiglieri del presidente, che avrebbero suggerito di far attaccare per primo Israele.
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