La guerra contro l'Iran, che si protrae ormai da tre settimane, mostra le prime crepe nell'amministrazione di Donald Trump. Joe Kent, direttore del centro nazionale antiterrorismo, ha annunciato le sue dimissioni contestando l'operazione “Epic fury”. Una defezione clamorosa che dimostra in maniera lampante come la decisione del commander-in-chief di colpire Teheran stia spaccando anche le frange più fedeli del suo governo.
«Non posso in buona coscienza sostenere la guerra in Iran. L'Iran non rappresentava una minaccia imminente per il nostro Paese ed è chiaro che questa guerra è stata iniziata per la pressione di Israele e della sua potente lobby americana», ha spiegato Kent in una nota su X. In una lettera indirizzata al presidente americano il funzionario ha denunciato la «campagna di disinformazione» orchestrata da alti funzionari israeliani e dai media che ha minato la “piattaforma America First” di Trump.
Fedelissimo del tycoon e veterano della guerra in Iraq, Kent ha anche sottolineato che le argomentazioni a sostegno dell'attacco all'Iran e le promesse di una rapida vittoria riecheggiano il dibattito sull'entrata in guerra dell'Iraq nel 2003. «Come veterano che ha partecipato a 11 missioni di combattimento e come marito di una soldatessa morta in una guerra provocata da Israele, non posso appoggiare l'invio della prossima generazione a combattere e morire in una guerra che non apporta alcun beneficio al popolo americano né giustifica il costo delle vite americane», ha spiegato Kent ricordando la moglie crittografa militare morta in Siria.
Trump non ha preso bene l'uscita di uno dei più importanti consiglieri di Tulsi Gabbard, la direttrice dell'intelligence nazionale, bollandolo come «un debole». Per poi aggiungere: «Quando qualcuno che lavora con noi afferma di non aver mai considerato l'Iran una minaccia, non vogliamo queste persone». Inoltre la Casa Bianca ha accusato Kent di dichiarare «le stesse falsità che i democratici e alcuni media liberal ripetono. È il commander-in-chief che stabilisce cosa è o non è una minaccia», ha sottolineato la portavoce Karoline Leavitt, definendo «assurda» l'idea che Trump abbia deciso di attaccare l'Iran perché influenzato da Israele.
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