L’Iran e i suoi alleati guardano allo stallo uscito dalle urne israeliane come a un fatto che non sposta nulla nei loro piani, e si comportano di conseguenza. A Teheran il governo ripete di trovarsi in stato di guerra dal 28 febbraio, giorno dell’attacco americano e israeliano, e il ministero degli esteri avverte che una nuova «avventura militare» nel Golfo avrebbe un costo per i mercati dell'energia.
La convinzione, da Teheran a Beirut, è che chiunque formi il prossimo governo in Israele, Netanyahu o Eisenkot, la linea verso l’Iran e i suoi alleati resterà quella dei falchi, e che la cosa più prudente sia prepararsi a una nuova guerra. A Beirut, Hezbollah legge nel risultato una sconfitta di Netanyahu e continua, secondo fonti libanesi, a prepararsi a una ripresa delle ostilità. E in Iraq il governo teme che una ripresa dello scontro tra Washington e Teheran renda più difficile il disarmo delle milizie.
Nei giorni scorsi il portavoce degli esteri iraniano, Esmail Baghaei, aveva detto: «Per noi non fa alcuna differenza chi guiderà un’entità che non ha portato alla nostra regione altro che violenza e massacri». Teheran ha definito la corsa politica israeliana non un’elezione, ma «una gara tra fazioni diverse a chi commette più crimini». Gli osservatori citati dalla stampa di Teheran affermano che lo scontro tra Netanyahu e i suoi rivali non è un confronto tra pace e guerra, ma una competizione interna al sistema sulla gestione del potere. E che «la strategia dell’Iran è indipendente dal risultato». Netanyahu ha detto ai suoi sostenitori che Israele, accanto a Trump, «ha un’opportunità storica» per eliminare «una volta per tutte la minaccia esistenziale dell'Iran».
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