il conflitto

L’ira di Trump: «Accordo non rispettato» 

Lo Stretto resta chiuso, Vance avverte l’Iran: «Non prendeteci in giro» 

Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp

Washington. La vigilia dei negoziati tra Iran e Stati Uniti è carica di incognite e di tensioni, che tengono in bilico la tregua di due settimane. Donald Trump ha già messo in chiaro che le cose non sono partite bene, perché Teheran continua a bloccare Hormuz, tra mine e pedaggi. Posizione ribadita da Jd Vance, a capo della delegazione americana in Pakistan, che ha chiesto alla controparte di non preparare tranelli. A complicare il quadro c’è la postura di Israele in Libano, che bersaglia Hezbollah senza alcuna intenzione di fermarsi. Un oltranzismo che alimenta la protesta del governo di Beirut e soprattutto il nervosismo di Teheran, con il rischio che la trattativa salti prima di iniziare.

Washington diffidente

Una Islamabad blindata si prepara ad accogliere le delegazioni dei due principali attori della guerra del Golfo. Prima di salire in aereo Vance ha detto di aspettarsi un «esito positivo» dei colloqui, ma ha avvertito i mullah di «non prendere in giro» gli Stati Uniti. Il principale motivo di diffidenza per Washington riguarda Hormuz, dove il traffico mercantile resta in larga parte consentito soltanto alle navi iraniane. Gli Emirati ad esempio hanno oltre 200 petroliere ferme in attesa di salpare, hanno fatto sapere le autorità della compagnia nazionale, denunciando una situazione di «coercizione». Dal cessate il fuoco appena 15 navi hanno attraversato lo Stretto, contro le 140 al giorno prima del conflitto.

Segnali contrastanti

Trump di questa situazione non è affatto contento: «L’Iran sta gestendo in modo pessimo il transito, questo non è l’accordo che avevamo», il post di fuoco su Truth. Se non ci sarà un’intesa, minaccia, gli attacchi riprenderanno «con intensità maggiore» e «armi e munizioni migliori di prima». Dal fronte opposto, riguardo al negoziato, i segnali sono poco nitidi. Il network di opposizione Iran International ha dato conto di una spaccatura nel regime sulla composizione e il mandato della delegazione da inviare in Pakistan. Secondo questa ricostruzione il capo delle Guardie Rivoluzionarie, Ahmad Vahidi, vorrebbe limitare il peso nei colloqui dello speaker del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, per puntare di più sul successore di Ali Larijani, Mohammad Bagher Zolghadr, considerato più affine alla linea dura.

La discussione

Nel merito dei temi, Teheran insiste che la base di discussione sarà la sua lista di 10 condizioni. Tra queste c’è l’arricchimento dell’uranio, su cui le parti sarebbero ancora distanti: gli Usa vogliono tutte le scorte fuori da Paese, il regime rivendica il diritto all’arricchimento per scopi civili. Altro dossier, gli americani detenuti per cui Il team di Trump chiederà il rilascio. Per sedersi al tavolo la teocrazia ha posto due pre-condizioni: lo sblocco dei suoi asset congelati e un cessate il fuoco in Libano, ma in questo caso Israele ha opposto un muro. Benyamin Netanyahu, dopo essere stato invitato da Trump a non compromettere il dialogo con l’Iran, nel corso di una telefonata definita «tesa» dalla Cnn, ha respinto l’ipotesi tregua in Libano ma ha aperto all’avvio di negoziati con le autorità di Beirut.

RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo contenuto è riservato agli utenti abbonati

Per continuare a leggere abbonati o effettua l'accesso se sei già abbonato.

• Accedi agli articoli premium

• Sfoglia il quotidiano da tutti i dispositivi

Sei già abbonato?