Intervista

«L’insularità non può penalizzare la sanità sarda» 

Orazio Schillaci: «Ci sono Regioni più performanti, altre meno. Noi aiutiamo quelle in difficoltà» 

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Governare il sistema sanitario in Italia significa doversi confrontare con tante esperienze diverse, alcune funzionano bene, altre molto meno. Orazio Schillaci ne è consapevole: «In Italia la sanità è delegata alle Regioni e quindi a 21 realtà differenti. Noi diamo il massimo supporto a quelle che hanno difficoltà. Ci sono quelle più performanti e altre meno». Il ministro della Salute non lo dice, ma tra le meno performanti c’è la Sardegna. Oggi sarà a Cagliari per partecipare all’appuntamento di chiusura della Scuola politica dei Riformatori organizzata da Umberto Ticca, dove sarà chiamato ad un’analisi delle emergenze della sanità nell’Isola.

Ministro, un numero consistente di cittadini sardi cerca risposte ai bisogni sanitari in altre Regioni.

«L’insularità è una peculiarità che non deve diventare uno svantaggio. Per questo è importante cogliere le opportunità del rafforzamento dell’assistenza territoriale e domiciliare e della digitalizzazione. Pensiamo alla telemedicina e ai servizi che permettono di ridurre gli spostamenti e di garantire continuità assistenziale. Abbiamo approvato un disegno di legge delega per la riorganizzazione dell’assistenza territoriale e ospedaliera che nel rivedere i modelli organizzativi e la classificazione degli ospedali punta anche a ridurre il fenomeno della mobilità sanitaria. E anche su questo, conto sulla necessaria collaborazione delle Regioni».

Tra le priorità da affrontare ci sono le liste d’attesa. Che continuano a essere lunghissime: la piattaforma nazionale non sta dando i risultati sperati?

«La piattaforma funziona e ci permette per la prima volta di conoscere i reali tempi di attesa per visite ed esami individuando in modo tempestivo le prestazioni critiche su cui le Regioni devono intervenire. Quello che vediamo da un anno e mezzo mostra chiaramente che dove c’è impegno organizzativo e dove si applicano le norme vigenti i risultati sono notevoli, penso all’aumento delle prestazioni e alla riduzione dei tempi di molte regioni tra cui la Liguria, il Piemonte, le Marche ma anche la Toscana e l’uscita dal piano di rientro della Campania».

Lei ha spiegato che da un anno a questa parte c’è una legge per ottenere le prestazioni in tempi più congrui. Ma che non tutte le Regioni sono performanti allo stesso modo: come si fa a ottenere un quadro più omogeneo?

«Il quadro non è omogeneo per definizione perché in Italia la sanità è delegata alle Regioni e quindi a 21 realtà differenti. Noi diamo il massimo supporto alle Regioni che hanno difficoltà. Ci sono quelle più performanti e altre meno ma questo non dipende dalla legge. Spesso si tratta di organizzare in modo più efficiente i servizi attraverso la programmazione, il monitoraggio e il rispetto delle regole».

Case e Ospedali di comunità ad andamento lento, in diverse Regioni – Sardegna compresa – si rischia di perdere i fondi del Pnrr.

«Non possiamo perdere l’occasione del Pnrr. Con il ministro Foti abbiamo rafforzato il monitoraggio sulle Regioni, in particolare su quelle che registrano ritardi. I fondi ci sono, bisogna utilizzarli e accelerare l’attivazione delle strutture. Nelle Regioni dove le Case di Comunità sono aperte, sono diminuiti gli accessi in pronto soccorso. Ricordo che abbiamo anche aumentato le risorse per assumere il personale necessario».

L’emergenza-urgenza è in forte crisi: che fare per invertire la rotta?

«La chiave di volta sta nell’assistenza territoriale. Il pronto soccorso deve garantire le urgenze. Per questo è necessario portare a termine le Case di Comunità. Il cittadino deve sapere di potersi rivolgere a queste strutture quando si hanno bisogni di salute che possono essere risolti senza andare in ospedale».

Carenza dei medici di medicina generale: qual è la ricetta per dare risposte alle decine di migliaia di cittadini scoperti?

«C’è un problema di ricambio generazionale e per rendere più attrattiva la medicina generale dobbiamo partire dalla formazione. La riforma sul riordino delle professioni sanitarie prevede l’istituzione di una Scuola di specializzazione anche per la medicina generale, al pari delle altre specialità mediche. Il medico di famiglia è un presidio fondamentale della nostra sanità pubblica e deve avere una preparazione che sia adeguata anche ai nuovi bisogni di salute e alle nuove tecnologie che in questi anni hanno trasformato in modo significativo la medicina».

Medici e infermieri italiani sono meno pagati che in altri Paesi d’Europa: ci sarà un incremento delle retribuzioni? Per evitare la fuga nella sanità privata?

«Il personale sanitario è stato al centro dell’attenzione di questo governo. Ricordo che con le leggi di bilancio abbiamo garantito risorse peri rinnovi contrattuali fino al 2030. Proprio in questi giorni sono state aperte le trattative per i rinnovi 2025-2027. Abbiamo aumentato le indennità di specificità e la remunerazione delle prestazioni aggiuntive. Non ricordo in passato tante misure adottate per il personale sanitario. Questo non vuol dire che non ci sia ancora da fare, ma l’attenzione è stata e resta alta».

Che bilancio si sente di fare dopo quasi quattro anni da ministro della Salute?

«Credo sia innegabile che questo governo abbia rimesso al centro la salute. Abbiamo aumentato le risorse del fondo sanitario che nel 2026 ha raggiunto quota 143 miliardi. Abbiamo avviato un processo di riforma del servizio sanitario attraverso provvedimenti di riforma e interventi mirati, penso alle liste d’attesa, ai gettonisti e alla sicurezza degli operatori sanitari. Ci sono criticità che in decenni si sono cronicizzate e che certamente richiedono tempo per essere risolte ma abbiamo posto le basi per un’inversione di tendenza che richiede impegno e responsabilità dello Stato e delle Regioni. Non dimentichiamo che la sanità italiana viaggia su due binari e quello regionale ha il compito di garantire la piena erogazione dei servizi ai cittadini».

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