Poco meno di 48 ore. Nemmeno due giorni. Tanto è bastato per infrangere la tregua in Libano, l'ennesimo accordo fragile per il Medio Oriente. A farne le spese è stato il sergente maggiore Florian Montorio, casco blu francese dell'Unifil, vittima di un agguato teso al convoglio delle Nazioni Unite nell'area di Ghandouriyeh-Bint Jbeil, da parte di «attori non statali», secondo la stessa forza di interposizione dell'Onu. Insieme a Montorio sono stati colpiti anche altri tre commilitoni, di cui due attualmente in gravi condizioni, come riferito dal titolare degli Esteri di Parigi, Jean-Noël Barrot.
«Tutto lascia intendere che Hezbollah sia responsabile di questo attacco», secondo il presidente francese Emmanuel Macron. Un’ipotesi negata dall'organizzazione paramilitare che respinge «qualsiasi collegamento con l'incidente» e «invita alla cautela nel formulare giudizi sull'accaduto».
La ricostruzione
A dare una prima ricostruzione dei fatti è stata l'Unifil, che su X ha spiegato che la pattuglia di Montorio e dei suoi compagni era impegnata in un'operazione di sminamento nel villaggio di Ghandouriyé. Una missione messa a punto per ristabilire il contatto con una postazione dei caschi blu, isolata da diversi giorni a causa dei combattimenti nella zona. Durante l'intervento, il convoglio delle Nazioni Unite è stato attaccato con armi da fuoco leggere, ricevendo dei «colpi diretti», come confermato dal ministero della Difesa francese, che fugano ogni dubbio sulla volontarietà dell'azione. Il presidente libanese Joseph Aoun, e il primo ministro Nawaf Salam, hanno assicurato che «i responsabili saranno perseguiti e consegnati alla giustizia».
I pericoli
L'agguato ai caschi blu francesi è solo l'ultimo episodio che evidenzia i pericoli operativi per i soldati della missione Onu. Il 30 marzo, infatti, l'Unifil aveva comunicato la morte di tre peacekeeper indonesiani, vittime del fuoco incrociato tra Israele ed Hezbollah. Anche il contingente italiano è rimasto coinvolto in più occasioni nell'ultimo mese, anche con spari di avvertimento contro un suo convoglio da parte dei militari israeliani.
Che la tregua fosse già andata in fumo lo si era capito già dalle prime ore della mattina, quando l'Idf ha annunciato di aver portato a termine diversi raid nel Libano meridionale contro «sabotatori» di Hezbollah, accusati di aver «violato gli accordi di cessate il fuoco», conclusi con «l'eliminazione di una cellula terroristica».
La linea
La prima, significativa violazione dell'armistizio sarebbe stata giustificata, secondo le Forze di difesa, «dall'avvicinamento di Hezbollah ai soldati che operano a sud della Linea gialla», stabilita da Israele nel Libano meridionale per «prevenire minacce contro le comunità del nord di Israele».
Una Linea che ricalca quella già tracciata dall'Idf a Gaza dopo l'avvio della tregua nella Striscia, allo scopo di definire il confine tra la zona sotto il controllo di Hamas e quella presidiata dall'esercito israeliano. La consequenzialità degli eventi tradisce in maniera chiara la tensione tra Tel Aviv e Washington sulla tregua in Libano.
Giovedì notte, infatti, Trump aveva assicurato su Truth che Israele non avrebbe più bombardato il Paese. «Gli è vietato farlo da parte degli Stati Uniti. Basta!», aveva tuonato, prendendo in contropiede il primo ministro israeliano Netanyahu, che, secondo Axios, sarebbe rimasto «scioccato» dal post dell'inquilino della Casa Bianca. Un avvertimento, quello americano, non preso alla lettera da Israele con i nuovi bombardamenti sul Libano che hanno violato il proposito di far tacere le armi.
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