Bruxelles. È durato poco, il sospiro di sollievo tirato dall’Europa alla notizia della tregua in Medio Oriente. I bombardamenti israeliani in Libano rischiano di compromettere l’accordo sul cessate il fuoco. L’Iran potrebbe decidere di reagire, creando un doppio stress: da un lato si bloccherebbe lo slancio dei Paesi pronti a garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz («no pace, no missione») e dall’altro riaffiorerebbero in seno all’Unione Europea le tensioni irrisolte sul rapporto con Tel Aviv. A Bruxelles si parla già di sospendere parti dell’accordo di associazione con Israele, ma finora il consenso è mancato.
La nota congiunta
«I nostri governi contribuiranno a garantire la libertà di navigazione nello Stretto», hanno dichiarato in una nota congiunta Emmanuel Macron, Giorgia Meloni, Friederich Merz, Keir Starmer, Mette Frederiksen, Jens Jetten, Pedro Sanchez, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa e il primo ministro canadese Mark Carney. La missione nel Golfo è anche tema della visita del segretario generale della Nato Mark Rutte a Washington, per incontri con Donald Trump, Marco Rubio e Pete Hegseth, a dimostrare che l’Europa non è marginale. Attualmente circa 15 Paesi partecipano alla pianificazione della missione sotto guida francese, «per consentire l’attuazione di questa operazione difensiva, in coordinamento con l’Iran, per facilitare la ripresa del traffico», ha sottolineato Macron. La frase chiave resta proprio il «coordinamento con l’Iran», considerando gli sviluppi recenti.
Il fronte libanese
Nel frattempo, l’Ue ribadisce la propria linea. «La nostra posizione è chiara: chiediamo a Israele di cessare le operazioni in Libano», ha detto un portavoce del Servizio di Azione Esterna della Commissione: l’Ue «sostiene pienamente l’Unifil» e «qualsiasi attacco è inaccettabile e deve cessare immediatamente». Più complicato esercitare pressioni su Israele: in Consiglio non c’è consenso né per sanzioni contro i coloni violenti né per sospensioni di articoli dell’accordo di associazione che richiedono la maggioranza qualificata. Germania e Italia restano osservate speciali.
I tre scenari possibili
«Se le azioni d’Israele mettessero a rischio l’apertura di Hormuz potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso», azzarda un diplomatico. Perché l’interesse nazionale delle principali economie manifatturiere d’Europa verrebbe colpito frontalmente. Ma è il peggiore degli scenari possibili. Gli altri due in esame consentirebbero di continuare come nulla fosse: un pressing netto degli Usa su Netanyahu se ritenuto necessario (dagli Usa) oppure il contenimento della crisi all'interno del Libano, senza conseguenze sulla fragile tregua. «Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran è un sollievo ma nella regione permane l’incertezza», osserva l’alto rappresentante Ue Kaja Kallas, volata in Arabia Saudita per esplorare vie diplomatiche come il premier britannico Keir Starmer: «C'è ancora molto lavoro da fare per riaprire Hormuz», è la sua analisi a caldo.
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