Non è un caso se dalle segreterie dei partiti di centrodestra non filtra nulla della parte del vertice di Palazzo Chigi dedicato alla legge elettorale. Il tema è delicato, con tutte le incognite e le ricadute che può avere sull’andamento del governo dopo lo scivolone dei giorni scorsi, con la maggioranza che è andata sotto sulle preferenze proposte da FdI.
Le tensioni di questi giorni fra gli alleati, a sentire diverse ricostruzioni, sarebbero state rispecchiate dall’andamento della riunione. La premier sarebbe intenzionata a insistere in Senato sulle preferenze, magari modificando l’emendamento per garantire la parità di genere. E Tajani avrebbe dato un sostanziale via libera, anche se dentro il suo partito sarebbe in atto un vero e proprio braccio di ferro: come emerge da racconti di vari azzurri, i fedelissimi di Marina Berlusconi starebbero spingendo per bloccare le preferenze. Resta da vedere se Meloni intenderà procedere con una prova di forza a Palazzo Madama, dove il voto è palese, prendendosi il rischio nel successivo passaggio alla Camera, dove si voterebbe di nuovo a scrutinio segreto. Nella maggioranza c’è chi legge nelle mosse della premier la ricerca di un casus belli, convinto che guardi con favore l’ipotesi di votare quanto prima. Tanto che in Parlamento già si valuta - come anticipato da Milano Finanza - una soluzione ponte per garantire a senatori e deputati alla prima legislatura di coprire con contribuzione volontaria i mesi di contributi mancanti per la pensione. Basterebbero solo pochi mesi se si andasse a votare fra fine febbraio e inizio marzo (anche prima del 4 aprile, data di cui si sarebbe parlato anche in contatti istituzionali) se la manovra dovesse rappresentare il capolinea dell’esecutivo. Con poche chiacchiere in Transatlantico si capisce che il consenso è trasversale, ma in ambienti di governo si temono le ricadute delle potenziali polemiche “contro la casta”.
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