La tensione si allenta alle 11,41, quando la Camera dà il via libera - senza sorprese - alla nuova legge elettorale. Applausi liberatori sul lato destro di Montecitorio, che solo due giorni prima aveva mandato il governo sotto sulle preferenze. Proteste e cartelli in quello sinistro.
Colle Oppio
La riforma proposta dal centrodestra - che prevede l’obbligo di indicare il candidato premier e un corposo premio di maggioranza per la coalizione che supera il 42% - passa con 217 voti a favore: numeri che mostrano una maggioranza di nuovo compatta, dopo lo strappo plateale sulle preferenze. All’avvio delle dichiarazioni di voto l’Aula è semi-vuota, con Riccardo Magi di Più Europa che accusa: «È un colpo di stato elettorale» che «prepara un regime». I vannacciani, forti di un protagonismo parlamentare mai così rilevante, annunciano il loro no e tornano a pungere gli alleati di Meloni che «nell’oscurità del voto» hanno «pugnalato» la premier sulle preferenze. Negli interventi che si susseguono in meno di due ore non ci sono sfumature: la maggioranza, archiviate (per ora) le preferenze, difende la legge a spada tratta lodandone l’impianto che «garantisce stabilità e governabilità»; il centrosinistra attacca a testa bassa, biasimando una «schiforma - (Nicola Fratoianni di Avs) - che rimuove la centralità del Parlamento». Dal M5S Giuseppe Conte parla di un «premio di maggioranza incostituzionale» e avverte: «Non vi permetteremo di confondere il colle del Quirinale con Colle Oppio! Uniti abbiamo fatto una battaglia in Parlamento contro la vostra arroganza e questo è solo l’antipasto». Elly Schlein punta il dito su Meloni: insegue Vannacci, è stata lei «l’assente» in Aula nel voto sulle preferenze, ha «tradito gli italiani» con le promesse disattese. «Le opposizioni, invece sono state unite in questa battaglia - rivendica - e vi manderemo a casa con qualunque legge elettorale».
Salvini freddo
Giovanni Donzelli (FdI) ribalta le accuse sulla minoranza e lo scontro deflagra: «Avete festeggiato come se aveste vinto i mondiali per aver impedito agli italiani di esprimere le preferenze». Le opposizioni rumoreggiano, urlano. Poi, a ridosso del voto, espongono cartelli : “Legge truffa”, “Meloni ha fallito”. È il momento delle tensioni. Urla e accuse reciproche che volano da un lato all’altro dell’emiciclo, Magi cammina davanti ai banchi del governo sventolando una enorme scheda elettorale, Fontana richiama all’ordine più e più volte. Arriva l’ora del voto, di nuovo a scrutino segreto. Nella tribuna stampa - che ha vista diretta sulle postazioni dei deputati - non passano inosservati diversi operatori accreditati da FdI: seguono attentamente il voto, osservano dall’alto. Arriva il via libera. Se Antonio Tajani esulta («La coalizione di centrodestra è coesa») Matteo Salvini si mostra molto più freddo. Ma un po’ a sorpresa rilancia sulle preferenze. Ora resta il passaggio in Senato, dove si attendono le mosse di Giorgia Meloni: ripresentare l’emendamento sulle preferenze, ottenendo l’ok dei vannacciani ma rischiando nuovi inciampi con Lega e FI, o lasciar perdere e approvare definitivamente la legge elettorale prima e senza scosse?
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