Lavoratori del settore pubblico a casa, per l’allerta meteo rossa, senza se e senza ma, come da ordinanze dei sindaci. Lavoratori delle aziende private, di negozi, centri commerciali, studi professionali, centri medici, banche, società sportive, imprese di ogni settore, in ordine sparso.
Alcune realtà, pur non essendo obbligate, hanno comunque chiuso i battenti per due/tre giorni; altre hanno rallentato e (ri)utilizzato lo smartworking, croce o delizia a seconda dei gusti di chi lo pratica; altre invece hanno aperto come se niente fosse, come se il ciclone Harry si fosse abbattuto altrove, lontano da qui.
Critiche e amarezza
E così esplode la polemica, con i sindacati che chiedono protocolli condivisi, ed emerge anche anche l’amarezza, con gli operatori del mercato di San Benedetto, ad esempio, che pur comprendendo le cause di forza maggiore, chiedono correttezza: le regole dovrebbero essere uguali per tutti, qual è la differenza tra pubblico e privato in tema di sicurezza? <Siamo dispiaciuti>, sottolinea Massimo Ruggiu, rappresentante dei boxisti, <capiamo che lavorare in una struttura comunale ci sottopone a precise disposizioni, ma forse il terzo giorno di stop si poteva evitare. Comunque l’amministrazione è sempre pronta e disponibile per ogni problema>. Dice Maurizio Loi, macellaio: <Ovviamente non contestiamo le decisioni del sindaco, la situazione era molto difficile, però il fatto che i supermercati abbiamo aperto, non è corretto, nei nostri confronti, e anche per la sicurezza di chi ci lavora. E oggi (ieri, ndr.) avremmo potuto riaprire anche noi>.
Niente piani
Interviene la Cgil: <In questi giorni di allerta, ai lavoratori dei comparti pubblici, giustamente, sono state date disposizioni affinché non si recassero al lavoro, e la Protezione civile ha esortato la cittadinanza alla massima prudenza negli spostamenti, il settore privato ha subito l’assenza di un piano coordinato che mettesse tutti al riparo dai rischi>, avvertono il segretario regionale Fausto Durante e la segretaria della Filcams Sardegna Nella MIlazzo. <Le tutele e il fermo delle attività non essenziali devono valere per tutti, e non lasciate al buon senso dei singoli datori di lavoro. Servono protocolli chiari e vincolanti, con misure di prevenzione e permessi specifici che permettano a tutti i lavoratori di restare al sicuro senza il timore di perdere la giornata lavorativa o subire decurtazioni salariali>.
Misure chiare
Dice il segretario regionale della Cisl Pier Luigi Ledda: <Serve un sistema stabile di gestione e prevenzione, che comprenda anche la manutenzione e la cura del territorio. Misure chiare e uniche permetterebbero di evitare le polemiche emerse in queste ore e di garantire risposte adeguate in situazioni di alto rischio. Il sindacato confederale, come sempre, guarda all’insieme del mondo del lavoro, e si assume la responsabilità di proporre soluzioni>.
La collaborazione
<Nelle situazioni di emergenza climatica non possono esserci differenziazioni tra chi lavora nel settore pubblico e chi nel privato>, sottolinea Fulvia Murru, segretaria regionale della Uil. <Le valutazioni devono tenere conto delle situazioni concrete: delle zone colpite e delle aree di provenienza dei lavoratori. Servono protocolli specifici, preventivi e condivisi, è fondamentale essere costruttivi, collaborare tra istituzioni, parti sociali e imprese. Il sistema della Protezione civile, dei volontari e delle forze di sicurezza, ha dimostrato di funzionare: ora occorre rendere strutturale questo approccio>.
La sanità
Riguardo ai lavoratori della Sanità, Gianfranco Angioni, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza dell’Arnas Brotzu, plaude <alle misure adottate dal direttore generale e al riscontro immediato della segnalazione dell’Rls, con la chiusura degli uffici amministrativi, l’attivazione del lavoro agile, l’indicazione ai direttori di dipartimento di valutare la sospensione delle attività non urgenti. Rimane aperta la necessità di un aggiornamento del Piano di emergenza, deliberato ormai dieci anni fa>.
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