Milano. È all’estero Fabio De Pasquale, lontano dall’eco delle sue dimissioni. A luglio il pm messinese, che ha seguito inchieste sui protagonisti della Prima e della Seconda Repubblica come Bettino Craxi e Silvio Berlusconi, ha lasciato la toga. Ha formalizzato l’addio poco dopo aver incassato in Cassazione l’assoluzione “perché il fatto non sussiste” dall’accusa di rifiuto d’atti d’ufficio, ovvero di aver nascosto prove favorevoli alla difesa nell’inchiesta su Eni/Shell Nigeria. Una sentenza che ha ribaltato la condanna in primo e secondo grado. «Non aveva senso continuare e non mi ritrovo più in questa magistratura» è in sintesi quello che, come riporta la Stampa, avrebbe spiegato a chi gli è più vicino. Di certo il magistrato che dal 2017 guidava il pool dei pm anticorruzione non ha apprezzato la decisione del Csm di non confermarlo nell’incarico semidirettivo nel 2024, facendolo tornare al ruolo di sostituto procuratore. Nella sua carriera, iniziata nel 1987, si è occupato della creazione di fondi neri Eni-Sai, fra gli indagati l’ex presidente di Eni Gabriele Cagliari: diede parere contrario alla sua scarcerazione e quando Cagliari si suicidò in cella non mancarono le polemiche, mentre un processo per abuso d’ufficio e omicidio colposo finì con l’archiviazione. Nel 2001 indagò sulle irregolarità nell’acquisto di diritti cinematografici di Mediaset e sul sistema di conti offshore creato dall'avvocato inglese David Mills. Silvio Berlusconi, che definì «famigerato» il Pm, nel 2013 fu condannato a 4 anni di carcere, 3 coperti da indulto. Fu la sua unica condanna definitiva.
RIPRODUZIONE RISERVATA
Questo contenuto è riservato agli utenti abbonati
Per continuare a leggere abbonati o effettua l'accesso se sei già abbonato.
• Accedi agli articoli premium
• Sfoglia il quotidiano da tutti i dispositivi
