Il saluto.

Lacrime argentine per l’ultima di Messi 

Un gol e due assist nella sua partita conclusiva con la Selección 

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Più che le lacrime che scorrono senza argine su alcuni volti – Enzo Fernández su tutti – sono le mani giunte di vari giocatori, quasi in contemplazione, a dare l’idea del momento. Davanti a loro, nel cerchio di centrocampo del Monumental di Buenos Aires, Lionel Messi sta «parlando più che mai» nel «giorno più triste della carriera», quello in cui sta salutando per sempre la nazionale argentina. In una serata tutta per lui, poco prima nel 3-0 su un Benin più ostico del previsto ha messo a referto due assist e un gol su rigore. In mezzo qualche errore sotto porta non da lui, in preda alla tensione dell’addio: ma poco conta e ancor meno conterà, nella storia.

È il momento dei suoi vuoti: quello lasciato dal padre ad agosto, a cui dedica le prime parole del discorso, e quello provocato dall’addio alla camiseta albiceleste che lascia tutti attoniti, lui in primis, perché vent’anni ti restano sulla pelle e allora «sarà un dolore enorme non essere più qui, perché mi piacerebbe continuare per tutta la vita e mi mancherà moltissimo». Ma c’è anche un cuore colmo di emozioni e di riconoscenza, «perché giocare per l’Argentina è la cosa più bella che ti può capitare, perché con lei e coi miei compagni ho realizzato i miei sogni di bambino, diventando campione del mondo, di America e di tutto quello che abbiamo giocato».

Da leggenda

Eppure, questo rapporto così viscerale è stato inizialmente costellato – a parte le Olimpiadi di Pechino – da sconfitte lancinanti. «Quattro finali perse, tre di fila, forse la nazionale non fa per me», disse dopo quella di Coppa America persa contro il Cile. Aveva vinto 5 dei futuri 8 Palloni d’oro, le 4 Champions e infiniti campionati col Barcellona, eppure la nazionale restava per lui un enorme peso: era 10 anni fa, sembra passata una vita. Con il ct Scaloni, Lionel come lui, ha saputo diventare il leader che non era mai stato in albiceleste, anche attraverso le sconfitte iniziali: mentre la carriera di club declinava, l’Argentina gli ha regalato una seconda giovinezza che non ha eguali nella storia del calcio.

Per questo il legame è tanto speciale e la serata di Buenos Aires avrà enormemente più valore di qualsiasi altro saluto con l’Inter Miami; per questo le telecamere lo hanno ripreso in lacrime già sul pullman, ancor prima di arrivare allo stadio. Al centro del Monumental lo attendeva una gigantesca camiseta numero Diez con scritto «Gracias», mentre tutto il popolo argentino si fermava per lui. Poi l’inno, eseguito con lo striscione «Las Malvinas son argentinas» sventolato dopo la semifinale mondiale con l’Inghilterra ai piedi di Fabio Santana, veterano di guerra, che lo eseguiva. Messi non lo canta, come spesso è successo, ma dopo gli ultimi trionfi nessuno può più parlare di presunta assenza di patriottismo.

Dal dischetto

Al decimo minuto la partita si ferma per omaggiarlo, poi prosegue con due occasioni – una colossale al 32’ su assist di Lautaro Martínez – sciupate dal Diez, in un primo tempo surreale e stregato. Al 3’ della ripresa si dissipano le nubi: angolo di Messi e calcio volante di Otamendi, pure lui ai saluti, 1-0. Entra Nico Paz, il Diez lo smarca e lui pennella da fuori area un mancino sul secondo palo: ha il forte sapore dell’investitura.

Assist 66 e 67, manca solo il gol. L’occasione per il 126° in 208 presenze (138 da capitano) arriva su un rigore, netto, che Messi trasforma senza tremare incrociando nel sette: i compagni lo accerchiano e ballano con lui al centro. Poco importa se più tardi spreca ancora da pochi passi, di destro, o che al 90’ il portiere del Benin mandi sul palo un suo mancino. Al fischio finale (l’arbitro gli regala i cartellini) occhi e cuori sono tutti per lui, e si infastidiscono quando lo show di droni organizzato dalla federazione si apre formando il logo di uno sponsor. Poi riecco lacrime e commozione di un Paese unito dall’affetto per la sua stella più brillante.

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