«Prima o poi, credendoci e con il lavoro costante, anche la Sardegna avrà una squadra in Serie A». Ferdinando “Fefè” De Giorgi è una leggenda della pallavolo italiana, protagonista prima sul campo e poi in panchina.
Come palleggiatore è stato uno dei pilastri della straordinaria “generazione di fenomeni” guidata da Julio Velasco, conquistando consecutivamente tre campionati mondiali (1990, 1994, 1998) e un titolo europeo nel 1989. A livello di club ha legato la sua carriera a società prestigiose come Cuneo e Modena, e ha collezionato scudetti, coppe nazionali e trofei europei, distinguendosi per carisma e visione di gioco. Nel 2002 ha iniziato una brillante carriera da allenatore, confermando rapidamente le sue doti vincenti. Ha guidato club di primissimo piano in Italia e all’estero, vincendo scudetti con la Lube Civitanova e titoli in Polonia con lo Zaksa. Nel 2021 è stato nominato commissario tecnico della Nazionale maschile italiana, vincendo subito gli Europei 2021 e i Mondiali 2022. Tra i risultati più recenti della sua gestione figurano la medaglia d’argento alla Volleyball Nations League 2025 e la vittoria del secondo titolo mondiale consecutivo ai Mondiali 2025. Ma anche l’eliminazione ai quarti nella Nations League 2026 contro gli Usa e il recente stop ai quarti di finale degli Europei 2026 per mano della Finlandia. Sarà a Cagliari il 6 novembre alle 19.15 per presentare il volume “Egoisti di squadra” nell’ambito del festival del libro sportivo “Ideario”, organizzato da Fabio Meloni. «L’egoismo non sempre è un male », premette De Giorgi, 65 anni, salentino di Squinzano, «all’interno di una squadra che ha un obiettivo comune».
In che senso?
«Il male è l’egocentrismo, che non solo non sfocia mai in un obiettivo di squadra, ma di solito non porta a niente. Anzi, è una minaccia».
Ne ha conosciuti tanti, egocentrici?
«Ne ho conosciuto. Per fortuna, ho avuto a che fare maggiormente con egoisti, nei miei team. E, lo ripeto, un “sano” egoismo spesso è una risorsa. Tanti egoismi fanno squadra, se il tecnico lavora per canalizzarli verso il raggiungimento di risultati».
Ancora deluso per l’Europeo?
«Peccato, sì. Giocavamo in Italia e ci tenevamo a vincere. Ma ho a disposizione un gruppo di grandi qualità e, ne sono certo, lo dimostrerà».
Quando riprenderà l’attività Azzurra?
«A maggio. Nel frattempo andrò a far visita ai club, mi aggiornerò in Italia e all’estero, preparerò il programma della Nazionale».
Per quali obiettivi?
«Il Mondiale del 2027 in Polonia, che mette in palio anche tre posti per le Olimpiadi di Los Angeles».
In Polonia per lei sarà come un ritorno a casa.
«Sono stato lì per quattro anni e mezzo, ho allenato due squadre di club e la loro nazionale. In Polonia il volley è seguito come il calcio da noi, tra l’altro c’è una pressione mediatica non indifferente».
Anche in Italia, però, i segnali di interesse non mancano.
«Ricordo i tempi in cui lavoravo come commentatore in Rai e gli ottimi risultati di allora in termini share. Ora i match della Nazionale sono seguiti anche da 4-4,5 milioni di telespettatori».
Influiscono solo i risultati?
«Contano, ma non sono l’unico motivo di questo interesse. In Italia il volley è lo sport preferito dalle ragazze, fin dall’età più giovane. Scatta lo spirito di emulazione, che davanti a un risultato sportivo importante diventa fortissimo».
In Sardegna la presenza di Alessia Orro è trascinante.
«Il 70 per cento dei tesseramenti della pallavolo è rappresentato dalle ragazze. I risultati della Nazionale e le imprese di alcune squadre di club aiutano non poco, come minimo spingono l’entusiasmo».
Julio Velasco è stato suo allenatore. Vi sentite?
«Ogni tanto sì, era il nostro tecnico sia alla Panini che in Azzurro. Va detto che tra la pallavolo femminile e quella maschile ci sono differenze sostanziali: l’evoluzione del gioco non è uguale».
In futuro accetterebbe di guidare le Azzurre?
«Se si presentassero le situazioni giuste, perché no».
Come mai la Sardegna non ha una squadra in Serie A?
«È un problema che riguarda quasi tutto il Sud. Anche nella mia Puglia non si riesce a trovare una soluzione, nonostante una buona tradizione. Direi che bisogna lavorare e investire strutturalmente sui club e sui vivai: lo sponsor, da solo, non basta. Il lavoro, se ci si crede, giorno dopo giorno, porta sempre frutti. Occorre essere resilienti, l’opportunità del salto in A, se alla base ci sono solide fondamenta, arriva. E poi abbiamo un presidente federale, Giuseppe Manfredi, molto attento alle dinamiche e alle esigenze dei territori, segno che il movimento è dinamico e vuole crescere attraverso lo sviluppo e la ricerca di un contatto continuo».
Il suo rapporto con l’Isola?
«Splendido. Quando giocavo, ero solito trascorrere le vacanze a La Maddalena assieme ad Andrea Lucchetta e a Luca Cantagalli. Aggiungo che andavamo spesso a trovare o venivano loro a La Maddalena, Marco Bracci e Paolo Toffoli, che stavano a San Teodoro. Con gli impegni da allenatore, è terminato il tempo delle vacanze estive canoniche e ho venduto la casa. Ricordo poi le sfide in campo contro Sant’Antioco, che al tempo schierava un fuoriclasse come lo spagnolo Rafael Pascual».
Di che cosa si sta occupando in questa fase?
«Sono in continuo movimento. Seguo i giocatori, osservo giovani. Il lavoro del ct di una Nazionale non ammette soste».
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