L’intervista.

La nuova missione di Giovanni Allevi «Dimostro che la fragilità è una forza» 

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Giovanni Allevi torna dal vivo con il suo tour “Piano Solo” e fa tappa in Sardegna: il 30 maggio sarà al Teatro Lirico di Cagliari e il 31 maggio al Teatro Comunale di Sassari, in entrambi i casi alle 20.30. Un ritorno atteso, quello del compositore e filosofo ascolano, artista poliedrico tra i più amati al mondo che ha ripreso a girare il mondo portando con sé una musica cambiata nel profondo a causa della malattia, il mieloma multiplo: «La mia missione è celebrare la gioia della vita e dimostrare che la fragilità è una forza».

Maestro Allevi, il titolo del tour è prima di tutto un’indicazione tecnica: un compositore e un pianoforte, nient’altro. Ma in un’epoca che sembra aver paura del silenzio e della solitudine, “piano solo” suona quasi come un manifesto.

«Mai come in questo periodo della mia vita cerco la solitudine ed il silenzio. Ne abbiamo tutti intimamente paura e siamo indotti a colmarne il vuoto con ogni mezzo. Eppure, nell’assenza di stimoli esterni la mia voce più autentica prende corpo e si trasforma in musica. Ecco allora il paradosso: le note immaginate nel vuoto, durante il concerto creano una potente condivisione collettiva».

Come è cambiato il suo rapporto con il pianoforte? C’è stato un momento in cui ha smesso di essere uno strumento per diventare qualcosa di più simile a un interlocutore, forse persino a un confessore?

«Nonostante nell'immaginario collettivo io sia indissolubilmente legato al pianoforte, per me da sempre il campo di battaglia della musica si esaurisce nel rapporto compositivo col pentagramma. Tuttavia, il mio strumento prediletto mi permette di portare le mie note al cuore degli ascoltatori. Ora, però, suonare il pianoforte col dolore alla schiena e le mani che tremano, davanti un pubblico attentissimo di migliaia di persone, è diventata un'esperienza a tratti terrificante, altre volte inaspettatamente sublime».

Spesso si dice che l'arte salva, ma a volte mi chiedo se non sia vero anche il contrario: che bisogna salvarsi un po’ per poter tornare all'arte.

«Nel mio caso, l'incontro con la sofferenza mi ha portato a tuffarmi totalmente nella composizione musicale. Le partiture che ho pensato e scritto sul letto d’ospedale mi hanno regalato l'illusione di avere la meglio sulla malattia. Per questo oggi vivo la musica come un gesto di salvezza».

C'è qualcosa che adesso vede – in sé stesso, negli altri – che prima non riusciva a vedere? La fragilità, come dice lei stesso, può diventare una lente di ingrandimento inaspettata.

«Proprio pochi giorni fa, mentre aspettavo di fare una visita all'Istituto dei tumori di Milano, mi ha fermato in un corridoio una signora senza capelli. Mi ha detto: “Ce la faremo, vero?”. “Sì”, le ho risposto. “Ce la faremo!” E ci siamo fraternamente abbracciati. Mentre la lasciavo, piangeva. Credo sia inevitabile, ma da quando mi sono ammalato percepisco più di prima la sofferenza degli altri, la riconosco negli occhi, nella voce, nell'anima. Si è rotto in me un velo di indifferenza».

Nel suo messaggio (la filosofia del difetto e la sinfonia dell’imperfezione, per esempio) parla spesso di imperfezione da cui può nascere la meraviglia. Come è arrivato a maturare la convinzione che un concerto possa essere bello non nonostante le sue imperfezioni, ma proprio attraverso di esse?

«Le nostre ferite sono come feritoie dalle quali passa una luce. Credo sia qui il succo del mio concerto adesso. La mia fragilità trasformata in note diventa di tutti, è accolta, riconosciuta e sublimata. Vedo allora in teatro reazioni di grande emozione ma anche risate, ovazioni, grida dal pubblico, momenti di profonda meditazione. È vero, anche dall'imperfezione può nascere la meraviglia».

Non è la prima volta che viene in Sardegna, sappiamo che è legato a un ricordo particolare…

«Il Cavallino di Bauladu! Quando nel 2019 feci il concerto nello splendido borgo, alcuni ragazzi del luogo mi portarono in visita al Museo Archeologico, orgogliosi di rendermi partecipe delle proprie origini. Fu un viaggio affascinante al termine del quale mi fu fatto dono del Cavallino di legno, che per generazioni è stato il gioco principe di tanti bambini. Oggi ripensando a quel bellissimo quanto semplice manufatto, ho una stretta al cuore. La nostra società ipertecnologica e virtuale è davvero così avanzata? O forse c’è una dimensione di autenticità che stiamo perdendo?».

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