«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Alessandro Cappato, 49 anni, ex consigliere comunale di Pula, paralizzato a causa di una forma molto aggressiva di sclerosi multipla che gli ha tolto ogni autonomia, richiama la parte finale de “Le città invisibili” di Italo Calvino, un invito a coltivare bellezza e speranza anche nei momenti più difficili. Alessandro ha vissuto tante vite: studente, operaio, di nuovo studente sino al diploma, barman, insegnante all’Istituto “Azuni” a Cagliari. È molto convincente quando dice di aver trovato la terapia giusta per combattere il dolore fisico e psicologico: la fede e la spiritualità sono le sue formidabili medicine. I suoi angeli sono Maria, la mamma, il papà Francesco, l’assistente Vanessa Cooper. Lo aiutano «con tutto l’amore del mondo». Con il padre, originario di Rovigo, l’amico Giuseppe e l’inseparabile Vanessa ha affrontato, nel 2023, un viaggio impegnativo ed esaltante che racconta nel libro “Capsula 207”, edizioni La Zattera, da poche settimane in libreria. Alessandro ha lo stesso cognome del paladino dell’eutanasia legale ma, rispetto a Marco, manifesta, serenamente, un’idea diversa.
Che cosa vuole dire «innamorato della vita»?
«Pur in questa apparente difficile condizione vado in direzione totalmente opposta rispetto a quelli che oggi vengono definiti atti d’amore e libertà. “Innamorato della vita” per me significa viverla in modo profondo, assaporarla. Vedo l’infinito in ciò che può apparire piccolo. Bisogna saper osservare e dare un senso a ogni cosa. Mi riconosco totalmente nelle parole di Calvino. In questo senso sono innamorato della vita. Sono attaccato alla vita e alla sua bellezza. Considero tutto quello che mi è stato dato un grande regalo».
Come è possibile innamorarsi della vita in momenti in cui verrebbe voglia di cedere alla rabbia e alla rassegnazione?
«È il frutto di un percorso, di una ricerca dentro me stesso. Questo percorso mi ha trasmesso una grande energia e tutto ciò lo considero un dono. Come la storia di Giobbe, il Signore dà e il Signore toglie. A me ha tolto e dato in simultanea. Mentre apparentemente sembrava togliermi qualcosa, allo stesso tempo mi consegnava qualcosa di più grande. Nel momento in cui vogliamo avere tutto, quel tutto ci sfugge dalle mani. Quando invece sembra che non abbiamo nulla possiamo godere della bellezza dell’infinito. Non vorrei che potessero apparire parole vuote. Occorre fermarsi, smetterla di rincorrere i vari luccichii e cominciare a cercare il proprio silenzio. Ascoltare il silenzio può sembrare un ossimoro ma in un ascolto così lieve possiamo trovare le risposte di cui abbiamo bisogno».
Nel libro “Capsula 207” descrive il viaggio con suo padre.
«In cinque giorni abbiamo fatto un tour che ripercorre una vita intera. Siamo andati nei luoghi in cui mio padre è cresciuto, ai quali è più legato. Dall’Abruzzo al Veneto in auto. Un viaggio nel tempo attraverso i ricordi. Il libro si è sviluppato anche con le incursioni nel mondo onirico e della poesia. Spero che possa contribuire a far risuonare in chi lo legge il tintinnìo del proprio cuore. La “capsula” è la stanza in cui trascorro le giornate. Il 207 è il numero civico della casa in cui vivo a Pula. A guardar bene due è il numero della dualità, zero è il numero della sorgente, sette ha un significato biblico (settanta volte sette, espressione usata da Gesù per esprimere il valore del perdono). Se vogliamo andare ancora più in profondità 7+2 fa 9, il multiplo di 3 che è la perfezione. Questo libro racconta un viaggio in cui il termine ultimo è la scoperta di sé”».
Leggiamo quello che scrive Alessandro Cappato in “Capsula 207”: «Essere prigioniero di un corpo che non si muove più, un giorno poi un altro, ancora mesi, anni. Certo è molto laborioso tutto questo ma, quella che ovviamente appare una sfortuna, sotto un’altra ottica è una grande fortuna, ci vuole tanto lavoro, pazienza, umiltà, coraggio: regali da parte dell’infinito. Non c’è tristezza, non c’è gioia, c’è la vita».
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