Washington. Donald Trump fa marcia indietro sul pedaggio del 20% a Hormuz, mentre continuano gli scambi di attacchi con l’Iran e la via d’uscita dal conflitto appare sempre più incerta. Sia Washington (che ieri sera ha lanciato una nuova ondata di attacchi) che Teheran cercano di affermare il controllo sullo stretto, passaggio cruciale per petrolio e gas, e i raid hanno segnato un ritorno agli intensi bombardamenti che avevano caratterizzato l’inizio della guerra.
Il tira e molla
Dopo aver minacciato una tassa sui beni in transito per Hormuz, il presidente americano a distanza di poche ore ha fatto l’ennesimo clamoroso dietrofront. La proposta, d’altra parte, era in contrasto con quanto dichiarato per mesi dai suoi più alti funzionari, il vice presidente Jd Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. E cioè che l’amministrazione americana era contraria a qualsiasi tariffa o pedaggio in acque internazionali perché illegale. «Sulla base di colloqui estremamente produttivi con i leader del Medio Oriente, ho deciso di sostituire la tassa di rimborso del 20% agli Stati Uniti con accordi commerciali e di investimento che i vari Stati del Golfo stipuleranno con gli Stati Uniti stessi», ha annunciato su Truth, sottolineando che gli investimenti «saranno ingenti ma, al contempo, straordinariamente vantaggiosi per loro e per il loro futuro». Più tardi, durante il bilaterale con il premier iracheno Ali al-Zaidi nello Studio Ovale, il tycoon ha spiegato di aver ricevuto una serie di telefonate dagli emiri della regione allarmati dal suo annuncio sulla nuova tassa. «Mi hanno chiamato chiedendomi di investire negli Stati Uniti al posto dell’imposta del 20%», ha detto, ribadendo comunque come sia ingiusto che Washington debba proteggere Hormuz per «la Cina e altri Paesi». «Non mi dispiace farlo ma non è giusto». Trump ha anche rivendicato che grazie agli Stati Uniti Hormuz è aperto, «tranne che per le navi e i porti iraniani colpiti dal blocco» e che il «petrolio scorre come mai prima».
Petrolio alle stelle
In realtà martedì i prezzi del greggio sono saliti al massimo dell’ultimo mese sulla scia della nuova escalation nella regione con il Brent, punto di riferimento internazionale, arrivato a superare gli 87 dollari al barile. Gli attacchi incrociati su Hormuz, intanto, sono continuati tutta la notte. Il ministero della difesa degli Emirati arabi uniti ha denunciato che le petroliere Mombasa e al-Bahiyah sono state colpite da due missili da crociera iraniani mentre transitavano nella rotta meridionale dello Stretto, nelle acque territoriali dell’Oman. L’attacco ha provocato la morte di un membro dell’equipaggio indiano a bordo della Mombasa e il ferimento di altri otto, quattro dei quali in modo grave. Gli Emirati hanno condannato «l’attacco, considerato una grave e chiara violazione del diritto internazionale», avvertendo di «riservarsi il diritto di rispondere all’escalation». Qualche ora dopo una compagnia di navigazione norvegese ha annunciato che una delle sue petroliere è stata attaccata, sempre al largo dell’Oman. Teheran da parte sua ha denunciato attacchi americani contro la città di Bushehr, nel sud dell’Iran e nella parte occidentale della città portuale di Bandar Abbas, sempre nel sud. Ha anche avvertito il presidente americano risponderà in modo devastante se darà seguito alla minaccia di attaccare il sito nucleare di Pickaxe Mountain. «Se agirà in base alle sue minacce, daremo una risposta devastante e il prezzo da pagare saranno i soldati americani e i suoi partner regionali».
Il Libano
«Produttivi»: così un portavoce del dipartimento di Stato Usa ha definito la prima delle due giornate di colloqui a Roma tra Israele e Libano, sottolineando il «clima positivo» e assicurando che entrambe le parti sono desiderose di andare avanti. Si tratta del sesto round di negoziati diretti da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco tra Iran, Stati Uniti e Israele ad aprile. Una tregua ora dichiarata finita da Donald Trump, con tutte le incognite del caso, anche se il tycoon spinge per disinnescare un allargamento dell’escalation e - secondo Axios - avrebbe detto a Benyamin Netanyahu che Israele deve iniziare a ritirare le proprie forze sia dal Libano che dalla Siria. Obiettivo del nuovo incontro è definire le modalità di attuazione dell’accordo quadro firmato a Washington, in particolare il ritiro dell’Idf dalla «zona cuscinetto» di circa 10 chilometri creata nel Paese confinante per proteggere le comunità nel nord di Israele dal lancio di razzi di Hezbollah. Roma è stata preferita alla capitale americana anche per rendere più semplice ad entrambe le delegazioni consultare i rispettivi governi durante i negoziati. Una scelta caricata di significato e speranza dal ministro degli esteri Antonio Tajani: «La nostra capitale diventa una capitale della pace».
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