È meglio diffidare di chi porge la politica come una scienza esatta, in particolare in momenti tumultuosi come questo. Christian Rossi, ordinario di relazioni internazionali all’Università di Cagliari, li osserva dall’Africa, dove è in questi giorni: più che un mazzolino di previsioni assertive gli ispirano una collezione di interrogativi su una crisi dagli aspetti paradossali, quasi impossibile da valutare negli esiti, eppure facilissima da prevedere. «Mi sembrava evidente già da mesi - spiega - che gli Stati Uniti volessero approfittare di un’occasione storica per eliminare un regime ostile che finora non avevano potuto attaccare direttamente, per la forza dell’Iran e per la sua rete di alleanze».
Che cosa è cambiato?
«Le condizioni sono mutate soprattutto dopo gli attacchi a tutto campo sferrati da Israele sui partner dell’Iran, dal Libano agli Houti. E poi l’Iran è indebolito da 40 anni di dittatura, e questo non va dimenticato. Insomma, è triste dirlo in questi termini ma per gli Usa era un’occasione d’oro».
Si può ipotizzare un esito venezuelano, leadership decapitata ma sistema politico cristallizzato?
«Dipende dall’evoluzione dell’offensiva, ma non mi sembra uno scenario particolarmente probabile. Per gli Stati Uniti sarebbe difficile controllare un nuovo governo iraniano ed evitare che tessa una nuova rete di alleanze. D’altra parte Trump si è rivolto direttamente al popolo iraniano invitandolo a prendere in mano la situazione: mi fa pensare che gli Usa possano aver già preventivato un cambio di leadership».
Tocca al figlio dello scià?
«Questo mi sembra più che altro un suo pio desiderio. Immagino una decapitazione fisica della attuale leadership, ma da quel momento si entra in terra incognita: in Iran c’è una pluralità di gruppi di potere, può aprirsi uno scenario di guerra civile».
E il pio desiderio cinese di de-escalation?
«Ecco, gli interessi cinesi sono un altro punto chiave dello scenario. Gli attacchi americani in questo periodo hanno sempre come obiettivo secondario la Cina, la nemica giurata degli Stati Uniti che si sta effettivamente espandendo molto. Giusto per farle un esempio di prima mano: sono stato da poco in Togo e la presenza cinese è molto percepibile, anche sui cartelloni della pubblicità. E l’attacco in Iran pone a Pechino anche un tema di approvvigionamento energetico. L’altra grande incognita è la Russia, che però è indebolita da quattro anni di guerra, come ha dimostrato il crollo di un suo partner come il regime siriano».
Trump si sta facendo campagna a suon di missili per il voto di Midterm?
«In realtà la sua base elettorale non è favorevole agli interventi militari americani all’estero. Però è vero che l’eliminazione di un nemico degli Stati Uniti – un nemico dichiarato dal 1979 – è una carta di politica estera che ti puoi giocare efficacemente».
Nixon usava la “strategia del matto”, fare l’imprevedibile per intimorire gli avversari. Trump però sembra davvero fuori controllo.
«Le sue azioni possono apparire prive di logica e penso che la leadership iraniana non si aspettasse davvero un attacco, ma a me pare che in realtà Trump stia seguendo pedissequamente le indicazioni dell’intelligence e degli alti comandi militari - oltre che del suo cerchio magico, così fortemente filo-israeliano - e che intanto coltivi i suoi interessi personali ed elettorali. Poi è vero che il discorso fiume sullo stato dell’Unione, così poco lucido, qualche dubbio sulla sua sanità mentale può suscitarlo».
Questi attacchi segnano il de profundis per l’Onu?
«È evidente che l’Onu è in difficoltà gigantesche. D’altronde nasce soprattutto come una creatura degli Stati Uniti e della Gran Bretagna ma da 15 anni l’America sta lasciando che perda terreno. Però non penso che si profili un crollo dell’istituzione: vedo più un progressivo e ulteriore ridursi dei suoi margini di azione. E poi, certo, anche il Board of Peace è stato un colpo all’Onu, ma quello è un organismo che non sopravviverà alla fine del secondo mandato di Trump. L’Onu ha ottant’anni di storia ben altre fondamenta giuridiche».
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