«All’inizio la “fuga di cervelli” riguardava quasi esclusivamente il mondo accademico e i ricercatori; poi il fenomeno si è allargato, e l’emigrazione ha interessato laureati in generale; adesso, terza fase, la fuga inizia già dalla formazione: i ragazzi si iscrivono all’università fuori», dice Marco Breschi, professore di Demografia all’Università di Sassari. «Tutto ciò rappresenta un grave impoverimento per la nostra Isola, ma attenzione, se è vero che dal Sud i giovani (quelli con maggiori risorse economiche) vanno a studiare nel Centro Nord Italia, da lì invece ci si muove verso l’estero. E chiaramente, se viceversa nei nostri atenei arrivassero stranieri, sarebbe un fatto positivo, perché gli scambi portano sempre ricchezza, purtroppo però così non accade: anche se siamo in grado di garantire un’istruzione di alto livello, non siamo minimamente attrattivi».
I dati
L’ultimo rapporto Svimez racconta di un flusso continuo di competenze, e di una mobilità sempre più anticipata: tra il 2002 e il 2024 quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno (più donne che uomini), per una perdita (al netto dei rientri) di 270mila persone. Il costo di questa emorragia è di 6,8 miliardi di euro all’anno, con «un trasferimento netto e strutturale di risorse pubbliche a favore delle aree più forti del Paese». Ancora: nello stesso periodo, sono state oltre 63mila le anime espatriate.
Riguardo alla Sardegna, bisogna innanzitutto dire che il numero di laureati non è proprio esaltante. Secondo l’Istat, siamo la terz’ultima regione: le persone tra i 25 e i 49 anni che hanno concluso l’università sono appena il 23,7% (la media nazionale è sempre bassa, intorno al 28%), ma si registra una dinamica positiva, perché negli ultimi cinque anni la quota è cresciuta, e in diversi Comuni si registra un bel balzo in avanti, con percentuali che superano il 30%.
Tornando all’analisi Svimez: a tre anni dal conseguimento del titolo di studio il 6,7% dei sardi ha trovato occupazione nel Nord Ovest, il 3,8 nel Nord Est, il 3,4 nel Centro e il 2,9 all’estero.
Le ragioni
«Perché si parte? Principalmente per tre motivi», prosegue Breschi. «Il “mismatch” tra la preparazione che si consegue e le opportunità professionali che si trovano. Poi, per il divario economico: un neolaureato in Sardegna guadagna meno che in Lombardia o in Piemonte, per non parlare di Germania, Francia o Regno Unito. Terzo: in Italia l’ascensore sociale è bloccato, i posti di qualità sono ridotti e appannaggio di pochi “privilegiati”. All’estero, se sei bravo e volenteroso, vieni immediatamente apprezzato, a prescindere dalla tua provenienza. E questo fa decisamente la differenza».
La “questione salariale” è un altro degli aspetti chiave toccati dallo Svimez: in Piemonte ad esempio la retribuzione media mensile di un laureato a tre anni dal conseguimento del titolo è di 1.793 euro, in Sardegna di 1.594 euro, e purtroppo, oltre il gap tra territori, si registra pure quello tra sessi, con le donne sempre penalizzate rispetto ai colleghi maschi (283 euro in meno in Piemonte, 165 euro in Sardegna).
Interviene Luisa Salaris, docente nel Dipartimento di Scienze politiche e sociali all’Università di Cagliari: «Da un punto di vista demografico, il bilancio migratorio è positivo: perdiamo popolazione perché non nascono bambini, ma arrivano più persone di quante ne partano». Il fatto è che gli immigrati raramente sono altamente qualificati. «Tutto si riduce a quello che il mercato del lavoro sardo è capace di offrire e a quanto le politiche messe in campo riescano a incentivare i giovani, ed è evidente che ci sono difficoltà strutturali che non si riescono a superare».
Le proposte
«Servono politiche industriali, investimenti in innovazione, lavoro stabile e parità salariale, anche attraverso incentivi e agevolazioni per chi decide di tornare, come abbiamo chiesto con un emendamento per le isole alla scorsa legge di bilancio», avverte il senatore del Pd Marco Meloni. «Senza un piano straordinario per il lavoro qualificato e l’occupazione femminile nel Sud e nelle Isole, la fuga dei cervelli continuerà a impoverire le nostre comunità e a compromettere la coesione nazionale».
Le Acli hanno rilanciato il concorso di idee “Talent in Sardinia” – la scadenza del bando è il 31 marzo 2026 – con l’obiettivo di attrarre nell’Isola emigrati fra i 18 e i 35 anni, per lo sviluppo di progetti innovativi nella promozione culturale, turistica, enogastronomica, sociale, dell’Ict. «Un percorso dedicato ai figli e ai nipoti di emigrati, invitati a proporre iniziative imprenditoriali nella loro terra d’origine», sottolinea il presidente Mauro Carta, «per cercare di trasformare la “fuga di cervelli” in opportunità di rientri, anche temporanei, per creare reti stabili e trasferire know how, per instaurare collaborazioni internazionali durature, generare valore sul territorio, modernizzare il sistema socio-economico regionale, rafforzare il senso di appartenenza con l’Isola».
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