Colpo di scena, il processo al cardinale Angelo Becciu è da rifare. La Corte d’appello vaticana ha decretato che il processo sulla gestione dei fondi della Santa Sede ha mostrato diverse lacune procedurali. Non sono stati depositati degli atti, tanti documenti sono stati coperti da omissis e, in sostanza, il diritto di difesa non è stato pienamente garantito. Ora si riparte dal dibattimento, quasi da zero. Insomma, viene disposto un nuovo giudizio e sancita la «nullità relativa del primo grado», in cui era stato condannato a cinque anni e mezzo.
L’ordinanza
L'ordinanza, firmata da monsignor Alejandro Arellano Cedillo, Riccardo Turrini Vita e Massimo Massello Ducci Teri, e dal cancelliere Elisa Pacella, parla di «nullità relativa» e «ordina la rinnovazione del dibattimento» che si svolgerà davanti alla stessa Corte d’appello.
Le difese del cardinale e degli altri condannati avevano chiesto in appello di dichiarare nullo il giudizio perché il Promotore di Giustizia (cioè il Procuratore vaticano) avrebbe effettuato un deposito incompleto di quanto era risultato dall'istruttoria; alcuni documenti erano poi stati riprodotti coperti da omissis e non nella loro versione integrale». Le difese contestavano anche che non erano stati «pubblicati tempestivamente» i Rescripta di Papa Francesco con i quali aveva modificato le norme derogando al codice di procedura.
«Esprimiamo soddisfazione per l’ordinanza della Corte di Appello che ha accolto le nostre eccezioni», spiegano in una nota gli avvocati difensori Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo. «Ha dichiarato che l’Ufficio del Promotore doveva depositare tutti gli atti di indagine e senza omissis. Ha dichiarato anche l’illegittimità di alcuni atti istruttori adottati sulla base del rescritto del 2 luglio 2019, perché adottati sulla base di un atto di natura legislativa, non pubblicato e rimasto segreto agli accusati fino all’inizio del processo. La decisione della Corte, quindi, dimostra che sin dal primo momento avevamo ragione a rilevare la violazione del diritto di difesa e a richiedere il rispetto della legge per celebrare un processo giusto. E sul punto sconfessa pienamente la sentenza del Tribunale».
La vicenda
La vicenda è quella del cosiddetto “processo del secolo”, partita dalla compravendita del palazzo londinese di Sloane Avenue per arrivare a mettere sotto i raggi X tutta la gestione dei fondi della Santa Sede affidati alla Segreteria di Stato.
La vicenda Becciu era anche entrata nel dossier conclave, nel quale il cardinale, «avendo a cuore il bene della Chiesa» – come lui stesso dichiarò – che rischiava su questo di dividersi, alla fine decise di rinunciare.
L'ordinanza della Corte d'appello fa notare che ci si trova di fronte ad una situazione inedita perché «nelle pronunce dei giudici vaticani non si rinvengono precedenti» simili.
L’udienza
Ma è evidente il mancato rispetto del «principio della piena conoscenza di tutti gli atti raccolti durante la fase istruttoria da parte dell'imputato e del suo difensore». Di qui la decisione di «nullità relativa» che «ha come effetto che la Corte d'appello debba ritenere il giudizio e ordinare la rinnovazione del dibattimento avanti a sé». La Corte poi «ordina all’Ufficio del Promotore di Giustizia di depositare in cancelleria, entro il 30 aprile 2026, tutti gli atti del procedimento istruttorio svolto nella loro versione integrale; concede termine alle parti, fino al 15 giugno 2026, per esaminare atti e documenti nonché per preparare le prove a difesa; fissa l'udienza del 22 giugno 2026, ore 9, per la comparizione delle parti al solo fine di fissare il calendario delle prossime udienze».
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