Non accadeva dal 1949. Settantasette anni di assenza che dalla prossima settimana saranno colmati con un’esposizione straordinaria che racconta un secolo di ceramica in Sardegna, dagli oggetti della tradizione quotidiana, spesso simbolo di un’arte povera ma pur sempre un’arte, fino alle opere firmate da nomi importanti del panorama culturale sardo, Fancello, Nivola, Altara, Maria Lai, i fratelli Melis e così via.
L’Isre, l’Istituto superiore regionale etnografico della Sardegna, in collaborazione con la Fondazione Bevilacqua La Masa, porterà a Venezia per circa un mese, dal 28 marzo al 25 aprile la mostra “Forme d’argilla, Un secolo di ceramica sarda (1900-2000)”, negli spazi di Palazzetto Tito, con gli allestimenti curati dall’architetto Gianni Filindeu.
Gli obiettivi
Un’ottantina di pezzi di ceramica, nell’ambito di una politica di internazionalizzazione dell’Istituto, sostenuta dalla direttrice generale Anna Paola Mura, si sposteranno dunque dalla Casa Chironi a Nuoro, dove è ospitato il Museo della ceramica, a Venezia. La scelta è stata fatta per costruire un ampio percorso nella storia della ceramica sarda del Novecento, «mettendo in luce così le profonde radici culturali e sociali di questa tradizione artistica regionale e artigianale e il suo progressivo dialogo con la modernità e con le ricerche contemporanee», spiegano Anna Paola Mura, il direttore scientifico Marcello Mele ed Efisio Carbone, direttore del Polo museale dell’istituto, che ha curato la scelta dei materiali da portare a Venezia. Con l’esposizione allestita a Palazzetto Tito si cercherà dunque di raccontare l’evoluzione della produzione ceramica nell’Isola, nella quale si sono cimentati alcuni dei più grandi artisti sardi. Quelli che erano oggetti di uso quotidiano, stoviglie, brocche, giare e utensili, nel Novecento, sono diventati veri e propri pezzi d’arte, nella tradizione sarda spesso legati ad avvenimenti particolari come feste, eventi, matrimoni. In questo quadro, la creatività è esplosa nell’utilizzo dell’argilla, con la realizzazione di oggetti molto più consapevoli e compiuti che oggi sono ammirati nel panorama artistico mondiale. «La ceramica, inizialmente legata a una dimensione funzionale e a una forte identità locale, si apre progressivamente a nuove tecniche, linguaggi e sperimentazioni, entrando in dialogo con l’arte, il design e con il contesto internazionale», aggiunge Efisio Carbone.
L’esposizione
Il percorso studiato dal direttore del Polo museale, dunque, «prende avvio dalle ceramiche popolari legate alla vita domestica e rituale della Sardegna, per poi approfondire il rinnovamento nel corso del Novecento con figure centrali come il nuorese Francesco Ciusa e la scena dorgalese con Ciriaco Piras e Salvatore Fancello», bellissimi i suoi animali di ceramica, dai cinghiali ad esseri quasi fantastici, come ad esempio l’asinello di Silecchia, finito addirittura sulle scrivanie del Quirinale, «accanto ad altri protagonisti dello sviluppo tecnico e stilistico come Federico Melis e Melkiorre Melis». A Venezia saranno inoltre presenti le produzioni di figure imprescindibili del panorama artistico e artigianale sardo come Saverio Farci, Eugenio Tavolara, Maria Lai, Giuseppe Silecchia, Gavino Tilocca, Paola Dessy, Costantino Nivola, Pinuccio Sciola, Edina Altara e Alessandro Mola.
Proprio per apprezzarne ancora di più l’importanza, una sezione della mostra sarà dedicata al confronto con il panorama nazionale e contemporaneo, per evidenziare affinità, influenze e scambi culturali con le opere di Rossana Rossi, Michele Ciacciofera, Antonello Cuccu, Caterina Lai, Gianfranco Pintus, Lalla Lussu, Cristina e Stefania Ariu, che testimoniano la vitalità e la continuità di una tradizione capace di rinnovarsi nel presente anche in Sardegna. Sarà anche proiettato un video sulla ceramica del duo Narente, commissionato da Craft-Sardegna Ricerche all’Esposizione Universale di Osaka.
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