washington. Chi nasce negli Stati Uniti è cittadino americano. La Corte Suprema respinge il tentativo di Donald Trump di abolire lo ius soli con un decreto esecutivo, infliggendo un duro colpo alla sua stretta sull’immigrazione. Il presidente, però, incassa il via libera dei saggi a vietare alle atlete transgender di partecipare allo sport femminile, vincendo una battaglia-simbolo nella sua guerra contro la cultura woke.
Lo ius soli «è un male per il Paese», ha tuonato il presidente sul suo social Truth lodando la Cina di Xi Jinping per non avere il diritto di cittadinanza per nascita ed esortando il Congresso, a maggioranza repubblicana, ad agire e approvare una legge che lo vieti anche negli Usa. «Non è necessario alcun emendamento costituzionale», ha detto stimolando il Congresso ad abolire una «pratica costosa e ingiusta per il nostro Paese.
Repubblicani tiepidi
È improbabile che i repubblicani a Capitol Hill si imbarchino in una battaglia di tale portata a pochi mesi dalle elezioni: molti conservatori sono favorevoli al riconoscimento del diritto di cittadinanza per nascita. Se decidessero di esaudire il desiderio del presidente, i repubblicani dovrebbero attendere l’esito delle midterm e sperare di mantenere ancora la maggioranza prima di valutare qualsiasi iniziativa. Ma anche in quel caso, il dossier rischia di essere talmente scivoloso da complicare la corsa alla Casa Bianca del 2028: la maggior parte degli americani è favorevole allo ius soli, e difficilmente gli aspiranti presidenti si sbilanceranno in favore di un’iniziativa particolarmente controversa.
«La cittadinanza, allora come oggi, rappresentava il diritto di avere diritti e di partecipare liberamente alla nostra comunità politica», ha detto il presidente della Corte Suprema John Roberts leggendo la decisione dei saggi che ribadisce un principio sancito nella Costituzione nel 1868: «Il 14° emendamento estese tale promessa a ogni persona nata libera in questa terra. Noi oggi manteniamo quella promessa».
Com’è andato il voto
L’Alta Corte si è spaccata sullo ius soli, rivelando crepe sul fronte conservatore. A votare con i giudici liberal è stata Amy Coney Barrett, nominata da Donald Trump. Brett Kavanaugh si è invece dissociato dalla maggioranza (5 a 4) nel ritenere che l’ordine esecutivo di Trump per l’abolizione dello ius soli violasse il 14° emendamento, ma si è unito alla maggioranza (6 a 3) nel concludere che l’ordine firmato dal presidente fosse in violazione della legge federale. Contrari alla decisione sono stati i giudici Samuel Alito, Clarence Thomas e Neil Gorsuch. «Questa è una delle decisioni più importanti e, a mio avviso, la Corte ha commesso un grave errore», ha scritto Alito. «Secondo l’interpretazione odierna, il 14mo Emendamento conferisce la cittadinanza praticamente a chiunque nasca in questo paese, compresi i figli dei cosiddetti ‘turisti della nascita’», ha aggiunto facendo riferimento alla teoria cavalcata da Trump e da molti Maga.
A puntare il dito contro il turismo per acquisire la cittadinanza è stato, ieri, lo speaker della Camera, Mike Johnson, stretto alleato di Trump, che ha definito «molto deludente» la Corte Suprema.
Una battaglia simbolica
Dopo aver regalato a Trump più poteri e la quasi totale immunità, la Corte lo ha così bocciato su uno dei pilastri della sua presidenza: il tema dell’immigrazione. Al presidente il colpo brucia quanto la bocciatura dei saggi sui dazi che ha fatto vacillare la politica economica della Casa Bianca.
Trump aveva dimostrato quanto per lui fosse importante abolire lo ius soli presenziando all’audizione davanti ai saggi sulle argomentazioni a favore e contro il diritto alla cittadinanza per nascita ma i giudici sono apparsi da subito scettici di fronte all’ordine esecutivo che aboliva la cittadinanza ai figli di genitori presenti illegalmente nel paese o ai titolari di visti temporanei. La decisione ora chiude il caso, anche se Trump non perde la speranza di trovare una via alternativa.
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