Medio Oriente

Israele chiude la Cisgiordania 

Attentato all’Idf, morti due soldati. Espulsione per le attiviste italiane 

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L’allarme lanciato nei giorni scorsi dal governo su attacchi a civili e soldati israeliani sotto elezioni si è concretizzato ieri mattina. A un check point temporaneo dell’Idf all’uscita di Hebron, due uomini armati hanno sparato per venti minuti sui soldati, uccidendone due e ferendo tre. I due attentatori sono stati colpiti a loro volta dai militari. Durissima la reazione di Israele: il premier Benjamin Netanyahu ha fatto sigillare la Cisgiordania, annunciando che il quartiere dei terroristi sarà evacuato e le infrastrutture terroristiche rase al suolo per fare posto a un insediamento di coloni. E il ministro delle Finanze di ultradestra Bezalel Smotrich ha dato ordine di abbattere gli edifici abusivi di proprietà araba nelle vicinanze del luogo dell’attentato. A quattro giorni dalle elezioni per la 26ª Knesset, l’ultimo sondaggio continua a ritrarre un Paese spaccato, senza una chiara maggioranza.

Nuovi insediamenti

Secondo la ricostruzione dell’esercito, corroborata da video sui social, Mohammad Jaaba e Firas Jaaba (27 anni, con moglie e figli, di Hebron) sono arrivati alle 7,30 al posto di blocco e – non potendo superare il check point, raggiungere la Route 35 e colpire automobilisti civili israeliani – hanno aperto il fuoco sui soldati con un fucile d’assalto e una pistola. La grande quantità di munizioni trovate nell’auto fa pensare che avessero in mente un attacco più grande. Hamas, che ha una forte presenza a Hebron, ha elogiato l’attentato lanciando un appello a prendere le armi, come fece dopo il 7 ottobre. Netanyahu, in un video girato davanti al check point di Hebron, ha affermato che «l’Idf entrerà nei quartieri da cui sono partiti gli attentatori, evacuerà i residenti, distruggerà le infrastrutture terroristiche». Poi, rivolgendosi agli «eroici coloni» ha dichiarato che al posto dei siti del terrore saranno costruiti nuovi insediamenti.

Attesa di rimpatrio

E intanto ieri erano in attesa di rimpatrio le cinque attiviste italiane fermate giovedì in Cisgiordania dall’esercito israeliano insieme ad altri volontari internazionali, impegnati a “fare da scudo” ai palestinesi durante la raccolta delle olive a sud di Hebron. «Siamo persone scomode, per questo le autorità israeliane continuano ad arrestare e poi espellere gli attivisti», ha detto Alberto Tartarotti, appena rientrato da Israele, dopo aver subito con il figlio Manuel la stessa sorte delle cinque italiane. Dopo aver passato una notte in cella, entrambi sono stati espulsi e rimpatriati su un volo di linea israeliano con il divieto di ingresso nel Paese per 10 anni. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito «inaccettabile» l’arresto delle attiviste, spiegando che «non stavano commettendo alcun reato. Chiediamo la loro liberazione immediata». Le cinque italiane erano state trattenute presso la stazione di polizia di Kiryat Arba, private dei loro cellulari e sottoposte ad interrogatorio.

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