Medio Oriente

Iran, il rebus delle ispezioni nucleari 

Avanzano a fatica i negoziati con gli Stati Uniti, la diffidenza di Israele 

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Proseguono tra incertezze, smentite incrociate e un crescente clima di diffidenza i negoziati tra Stati Uniti e Iran, mentre sullo sfondo Israele osserva col timore che un eventuale accordo possa ridisegnare gli equilibri mediorientali a proprio svantaggio.

Dopo il primo round di colloqui a Ginevra, segnato da un cauto ottimismo delle delegazioni e dei mediatori, il quadro diplomatico fra Washington e Teheran è tornato rapidamente a complicarsi. Le trattative, che includono dossier sensibili come nucleare, sanzioni e sicurezza regionale, proseguono attraverso quattro gruppi di lavoro ad hoc, ma le divergenze restano profonde su quasi tutti i punti chiave. Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, è volato in Medio Oriente per rassicurare gli alleati del Golfo e ha intensificato il coordinamento con le capitali regionali. Rubio ha inoltre avuto un colloquio con il presidente libanese Joseph Aoun nel tentativo di consolidare il cessate il fuoco tra Israele ed Hezbollah, considerato un primo banco di prova della tenuta del nuovo fragile equilibrio regionale.

Annunci e smentite

Parallelamente, il presidente Donald Trump ha rilanciato dichiarazioni ottimistiche, sostenendo che l’Iran avrebbe accettato ispezioni nucleari «di altissimo livello e di lunga durata» e che i fondi sbloccati verrebbero destinati a forniture umanitarie provenienti dagli Stati Uniti. Teheran ha smentito entrambe le notizie, negando ogni incontro col direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica Rafael Grossi e ha ribadito, attraverso il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei, che non è prevista alcuna apertura sui siti nucleari danneggiati nei recenti attacchi. Washington invece insiste sul fatto che gli ispettori potranno accedere «al momento opportuno». Quanto allo sblocco di circa 12 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati Teheran ha negato che tali risorse saranno destinate all’acquisto di beni statunitensi, contraddicendo le affermazioni della Casa Bianca e del vicepresidente JD Vance. L’ambasciatore iraniano all’Onu, Ali Bahreini, ha ribadito che la Repubblica islamica deciderà autonomamente l’uso dei propri asset.

Ulteriori tensioni sullo Stretto di Hormuz: secondo Washington, il traffico marittimo sarebbe stato ripristinato senza ostacoli e senza pedaggi. Ma il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha avvertito che la gestione dello stretto «non tornerà mai più come prima della guerra», evocando un ruolo diretto di Teheran nella regolazione dei transiti. Per Rubio, invece, gli Usa non accetteranno tariffe né pedaggi.

De-escalation e polemiche

Nel frattempo, Qatar e Pakistan, mediatori del memorandum Usa-Iran, hanno annunciato la creazione di una “cellula di de-escalation” per monitorare il cessate il fuoco in Libano, una struttura che tuttavia non menzionerebbe direttamente Israele. Una circostanza che ha alimentato le preoccupazioni del governo di Gerusalemme. Il premier Benjamin Netanyahu ha avviato una serie di iniziative diplomatiche urgenti per evitare che accordi esterni possano compromettere la sicurezza nazionale, rafforzando Hezbollah. Sono in corso colloqui diretti tra Beirut e Gerusalemme a Washington: Israele avrebbe proposto un ritiro parziale dal sud del Libano sotto supervisione americana, con ingresso dell’esercito libanese in aree limitate. Il presidente libanese Aoun ha salutato positivamente il processo negoziale, mentre Hezbollah ha accusato Israele di violazioni della tregua. Sullo sfondo, il segretario generale Naim Qassem ha parlato di una “nuova fase” dello scontro con Israele.

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